Padre Benenanti: “Più dell’intelligenza artificiale ho paura della stupidità naturale”

Il consigliere di papa Francesco sull’AI elogia i giffoner: “Mi avete fatto le migliori domande del 2024”.

“Siete fantastici, mi avete fatto le migliori domande del 2024 fino ad ora. È stato bellissimo”. Padre Paolo Benanti chiude con queste parole l’incontro con i giffoner della Impact! dopo aver ricevuto, alla presenza dell’ideatore e fondatore del Giffoni, Claudio Gubitosi, il Giffoni Award. Consigliere di papa Francesco sui temi dell’intelligenza artificiale, dell’etica e della tecnologia, è soprattutto su questi temi che Benanti si sofferma, sollecitato dalle curiosità dei ragazzi. Del resto, racconta che è proprio “la curiosità” di un ragazzino che negli anni ’70 si approcciava ai primi computer ad avergli aperto la strada che oggi percorre.

Teologia, filosofia, scienza, etica, mito, arte: è una riflessione intensa e impegnativa quella fatta da padre Benanti, tra citazioni, rievocazioni e parallelismi. Una riflessione che apre più interrogativi di quanti ne pone. Al centro c’è soprattutto, ma non solo, l’Intelligenza artificiale, l’uso che può farsene, i possibili risvolti sul futuro del suo utilizzo. “Il mito di Icaro è molto diverso da quello del vaso di Pandora. Se l’AI fosse il vaso di Pandora sarebbe stato meglio non farla. Il mito di Icaro, invece, ci racconta che Icaro non poteva volare troppo basso né troppo alto. Quindi il vero problema non è sì o no all’AI, cioè aprire o meno il vaso di Pandora, ma qual è la giusta quota per voltare, come nel caso di Icaro. È un problema di etica. Penso che questa sia la questione principale per l’AI: quale uso dell’AI ci renderà veramente umani e felici?”. Insomma, “la questione è chiederci cosa significhi vivere questo mandato di trovare la giusta quota nei problemi di oggi”.

La riflessione sull’AI tocca diversi aspetti: “Ogni giorno assistiamo a macchine che si umanizzano sempre più di più. Contemporaneamente, capiamo sempre più l’uomo come una macchina. Assistiamo a una sfida tra una macchina che si umanizza e un umano che si meccanizza. Questo ci porta alla domanda radicale: che differenza c’è tra funzionare ed esistere?”. Al centro, dunque, c’è sempre la persona: “Qualsiasi aggettivo vogliamo mettere accanto alla parola persona è l’aggettivo di una parola, persona appunto. La dignità sta nel sostantivo che è la persona umana”. Al centro, in ogni caso, resta l’uomo. Con le sue potenzialità e pure con i suoi limiti: “Più dell’intelligenza artificiale ho paura della stupidità naturale – dice padre Benanti – perché se un giorno una macchina facesse una determinata cosa sarebbe stata la mente umana a fargliela fare. La macchina non vuole niente perché non è un soggetto”. Il problema è un altro: “Potrebbe una macchina avere una coscienza? le macchine che abbiamo avanti sono machine di Turing, e con le machine di Touring che abbiamo oggi stiamo tranquilli. Non stiamo tranquilli se l’uomo la usa senza pensarci perché le può far fare cose più pericolose”. Non manca una riflessione sul rapporto dell’AI con l’arte: “La fotografia ha ucciso la pittura? Io penso che l’AI è come la macchina fotografica, cioè un altro strumento che produce qualcosa che potrebbe avere un valore artistico, ma non è l’artista. C’è un detto: se vuoi essere ridicolizzato, fai previsioni sul futuro. Io non faccio previsioni sul futuro ma, guardando al passato, dico che l’AI con l’arte è come la fotografia con la pittura”. E non solo: “Se l’AI è narrativamente molto potete, non lo è con le riflessioni teologiche o filosofiche. Perché le manca quell’io che cerca la verità”.

In ogni caso, padre Benanti è chiaro: “Non è un tempo da risposte, è ancora un tempo da domande. Ma la macchina è più fragile di quello che pensiamo”.

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