Il linguaggio e l’arte della felicità: a “lezione” da Vera Gheno

Il linguaggio ci può rendere infelici? E’ una delle prime domande poste a Vera Gheno, linguista e scrittrice, ospite della seconda giornata di Giffoni Shock, l’evento cofinanziato dal Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo come progetto speciale – annualità 2022. Sì, può renderci infelici – ha detto – ma allo stesso tempo può anche farci felici. Tutti noi esseri umani abbiamo bisogno di una dimensione di futuro, è questa la vera prospettiva di felicità rispetto a un eterno presente. Il futuro è importante perché ci offre un orizzonte. Vi ricordate il periodo della pandemia? Abbiamo dovuto rinunciare al futuro e rispolverare quello che a scuola studiavamo come futuro anteriore. Uno dei motivi di principale disagio era rappresentato dal fatto che eravamo impossibilitati a pensare al futuro così come siamo sempre stati abituati. E in quest’ottica la parola è importante per darci la possibilità di essere felici”.
Sollecitata dal direttore artistico di Giffoni Luca Apolito, Vera Gheno ha poi parlato del suo ultimo libro, Grammamanti, edito da Einaudi. “Ho immaginato il linguaggio come una relazione amorosa, soffermandomi a riflettere sul parallelo tra l’amore per l’altro e l’amore per la lingua. Nella mia vita – ha sottolineato – ho avuto molte relazioni affettive e non tutte sane. Molte erano abusate e mi sono chiesta se ci fosse la possibilità di descrivere qualcosa di simile con la lingua”. Il linguaggio, come recitano le canzoni, è una forma di amore, ma anche di libertà. E la lingua dei giovani? Sembra una querelle nuova, in realtà non lo è affatto, perché ne discuteva anche Platone nel terzo libro della Repubblica, lamentandosi dello “slang” degli ellenici.
Esiste una intrinseca distanza tra il linguaggio dei giovani e quello degli adulti – ha specificato la linguista – La lingua dei giovani si deve formare attraverso un processo di distacco, uccidendo ritualmente il padre. Rispetto al passato, con Internet e la globalizzazione, il nostro gap è maggiore come il giudizio di alterità, ma i giovani hanno un orizzonte cognitivo diverso da noi”. La lingua è anche cambiamento. “I cambiamenti fanno parte della realtà, ma noi siamo tendenzialmente guardinghi perché ci spaventano in quanto minano le nostre certezze. Eppure il lessico non deve essere vissuto come trauma ma come opportunità. Come diceva il mio maestro Tullio De Mauro, la scuola tradizionale insegna come si deve parlare, la scuola democratica come si possono dire le cose ed è su questo che dobbiamo concentrarci, sul mondo delle infinite opportunità. Siamo in una danza della quale non si deve avere paura”.

 

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