Rocco Hunt, a #Giffoni55 con un messaggio di speranza e consapevolezza: “Ricercate la vostra unicità, nella musica e nella vita”

Partire per scoprire, crescere, svilupparsi. Poi tornare, magari migliorati, perché le radici prima o poi chiamano sempre a sé chi non le dimentica, chi non le rinnega. Casa sarà sempre casa, e un figlio quella strada saprà sempre ritrovarla per tornare. S’è parlato di questo, e non solo, nell’incontro che questa mattina s’è tenuto in Sala Verde, all’attenzione dei giffoner della sezione ‘Impact!‘, con Rocco Hunt. Un grande ritorno al Giffoni Film Festival per il rapper salernitano, reduce da un Festival di Sanremo – il terzo della sua carriera – che ha coinciso con il lancio del suo nuovo progetto discografico intitolato proprio ‘Ragazzo di giù‘. Un lavoro in cui Hunt – al secolo Rocco Pagliarulo – riflette proprio sul concetto del ritorno, della crescita, di una terra guardata da lontano e al tempo stesso da vicino, se osservata all’interno del proprio cuore, dove verrà sempre ritrovata.

Partire a volte può essere un bene, ma tutti dovrebbero avere anche la possibilità di ritornare. Viaggiare può portare lontano, ma è importante non dimenticare mai le proprie radici” ha detto Rocco Hunt ai giffoner, snocciolando aneddoti e considerazioni personali sulla musica, la sua e quella che gira intorno: “Ci sono canzoni che uno scrive solo per sfogo e che poi non trovano posto in un discorso discografico. La musica deve continuare ad essere questo altrimenti diventa solo lavoro e perde la magia. In tutte le passioni che abbiamo, se si perde questo si perde tutto. Bisogna credere in ciò che si fa e ricercare una propria unicità, in qualunque ambito, senza fare ciò che piace agli altri a tutti i costi“. L’artista passa in rassegna anche i ricordi che hanno accompagnato i suoi esordi: “Mio padre quando ho cominciato a fare rap pregava Padre Pio, ma ero determinato e non mi sono mai distratto, avevo chiaro dove volessi arrivare. Anche quando ho interrotto i miei studi e ho cominciato a lavorare nella pescheria di mio zio, continuavo a scrivere musica. Quando il rap è diventato un lavoro vero ho lasciato la pescheria e mio padre poi si è ricreduto, quando sono salito sul palco di Sanremo“.

Pioggia di domande dalla platea che hanno toccato diversi aspetti della discografia moderna, tra cui quello riguardante le donne nella musica e la scarsa presenza di artiste nelle classifiche di vendita. Su questo fronte, Hunt rimane positivo: “Vedo che le donne stanno prendendo sempre più piede, anche nella scena rap, che nasce come genere che apre e accoglie, sarebbe stato un ossimoro se non fosse accaduto ciò. Per me è naturale, non deve essere un’eccezione” e ricorda la collaborazione che più di tutte ha rappresentato una svolta per la sua carriera, quella con Ana Mena, scandita da dischi di platino conquistati in tutta Europa, aprendogli le porte del mercato spagnolo. A proposito di collaborazioni: “Sono stato fortunato, pochi ragazzi della mia età possono dire di aver collaborato con dei miti della canzone come Pino Daniele, Enzo Avitabile, Edoardo Bennato. Sono consapevole come molte delle mie canzoni più famose siano collaborazioni, ma io dico ‘viva le collaborazioni’. Quando uno non si chiude in se stesso nella musica arrivano risultati importanti“.

Importante anche una riflessione sui social, specialmente in ambito musicale, che rischiano di creare luminosi aspettative, ma immaginarie e inconsistenti nella realtà, finendo per gravare sulle menti giovani e più fragili, con ripercussioni non soltanto sulle loro carriere, ma anche e soprattutto sulla loro salute mentale: “I social? Un’arma a doppio taglio. C’è sempre il dubbio ‘esplodere subito o rischiare di non esplodere mai?’. Questo è un mestiere che non ti insegna nessuno e a volte fa bene cadere, per poi rialzarsi – ha aggiunto Hunt –. I momenti di difficoltà esistono e sono ricorrenti. Ognuno deve abbracciare il fatto che puoi mettercela tutta, ma è il destino che sceglie e accontentarsi di ciò che si è e che si fa può essere una salvezza. Reinventarsi magari, trovare la forza in un altro sogno“, perché la vita non finisce quando si cade e ci si sbuccia le ginocchia. La musica, la sua spinta, non finisce mai, anche quando il mondo intorno fa rumore.

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