Massimiliano Rossi a #Giffoni55: “Sì ai sogni, ma occorrono i sacrifici”

“Dai tempi di crisi devono nascere persone forti. Anche se si è in minoranza, è necessario resistere”. E’ un messaggio potente quello che lancia Massimiliano Rossi dal palco dei Workshop di #Giffoni55. Da “Il primo Re” a “Diabolik – La serie”, uno degli attori italiani più intensi, capaci di entrare dal cinema al teatro con destrezza, è stato protagonista dei workshop di Giffoni dedicati a una platea di giovani aspiranti protagonisti del mondo dell’audiovisivo e non solo. “La vita è fatta di esperimenti, di narrazioni non usuali – dice- Il primo Re, come Comandante di Edoardo De Angelis mi ha fatto riscoprire le origini, quella possibilità magica che ti offre il cinema di recuperare il passato. Quando ti trovi a confrontarti con operazioni del genere capisci che la precisione è una malattia, ma sana perché tutti gli elementi di scena devono essere componenti fondamentali di una narrazione corale”. Corale è una parola che fa parte del Dna di Rossi. Quasi un suo modo di vivere con una consapevolezza rara e a tratti mistica, dell’uomo di cultura che sa andare oltre la superficie delle cose. Un po’ come nel Commissario Ricciardi, dove l’impegno forte, fortissimo, è stato quello di una equipe “di sarte bravissime”, perché poi alla fine è la manualità a restituire il senso di tutto. Rossi non vive di sogni nel cassetto. Il cinismo spigoloso di certi personaggi che lo hanno reso famoso, di fondo sembra appartenergli: “Con l’età comprendi che il desiderio va tenuto a bada, andare troppo oltre non è una cosa sana. Il sacrificio lo è, perché questa è la vita. Che ha spesso a che fare con altri mondi”. Poi un pensiero sull’importanza del lavoro di squadra: “E’ impensabile fare questo lavoro senza guardarsi intorno. Se dovessi tirare fuori un sogno dal cassetto mi piacerebbe poter lavorare con una generazione intramontabile che non c’è più. Pietrangeli, Tognazzi, Fellini. Ma non perché oggi non ci siano figure ugualmente importanti. E’ che si tende a coltivare un mito”. Come tanti che sono arrivati a #Giffoni55 non nasconde il suo amore per le tavole di legno del palcoscenico. “È una differenza di percezione. Prendiamo l’amore, un sentimento universale, e il modo di rappresentarlo. A cinema la rappresentazione è immediata, non serve nemmeno modulare la voce in maniera differente, ci sono microfoni e filtri di ogni genere, e il tono della voce può rimanere naturalmente basso, come se davvero la manifestazione di un sentimento e la sua dichiarazione si palesasse tra mura ovattata. Il teatro è invece tridimensionale, rompe la barriera del suono, e per un attore a quel punto diventa una questione ginnica. A teatro l’inganno è tacito, un aereo di carta può tranquillamente essere reale, a cinema no, la realtà, anche degli oggetti, la loro materialità è parte dell’incantesimo, è il suo grande inganno, la sua giocosa seduzione”.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *