Il diritto allo sport, un viaggio nella fatica, la strada che porta ai Giochi Olimpici: Berruto ospite di Giffoni

I verbi sono quelli della pallavolo che continua ad essere parte della sua vita, più di un set e di un tie break: Mauro Berruto “riceve” i ragazzi di Giffoni Sport e “alza” l’entusiasmo, l’attenzione, la curiosità. Dal tiro con l’arco mutua la mira: va diritto al bersaglio, al cuore della cultura, alla democrazia.

Nella settimana olimpica, l’ex amministratore delegato della Scuola Holden scrive la trama del suo intervento nella capitale del cinema per ragazzi  con i versi della splendida poesia di Costantino Kavafis sul senso del viaggio: «Quando ti metterai in viaggio per Itaca Devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure ed esperienze. I Lestrigoni e i Ciclopi o la furia di Nettuno non temere, non sarà questo il genere di incontri, se il pensiero resta alto e un sentimento fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo».

Candidato alle elezioni politiche del 2022, candidato con il Partito Democratico alla Camera dei deputati ed eletto, è membro della segreteria nazionale del PD con delega allo sport.

A Giffoni racconta una narrazione che ha a che fare con sport e giochi olimpici. «Ho avuto la fortuna di parteciparvi due volte. Non sono qui a Giffoni a parlare di pallavolo – premette – ma di quello che ho imparato da esperienze olimpiche, sia come avvicinamento ai Giochi Olimpici sia come partecipazione. Per poterci arrivare, occorre un volume di lavoro superiore alla performance: un centometrista si allena quattro anni e poi “se la gioca” in una gara di 9 secondi e poco più; un pallavolista fa altrettanto e poi magari disputa il tie break che gli dà la vittoria o la sconfitta in 12 minuti. Tu immagini un traguardo che non vedi: il saltatore in lungo si allena come un matto per migliorare di un centimetro, quattro anni dopo. Non basta innamorarsi. Ci dedichiamo in maniera totalizzante al soggetto o all’oggetto del nostro amore, ma occorre anche partecipare assumendosi la piena responsabilità di quello che si sta facendo. Conta, dunque, innamorarsi di un gesto con piena responsabilità. E soprattutto bisogna saperlo fare in un momento preciso, cioè… quando è difficile. Partecipare ai Giochi Olimpici è come camminare sopra una fune. Le altre manifestazioni sono una fune tirata ad un metro dal suolo. Nel caso dei Giochi, siamo al centoventesimo piano di un grattacielo. Su questo tema – essere efficaci, bravi e forti quando è difficile – si innesta la storia. 1668 anni di storia olimpica nei quali i Giochi non si sono fermati mai. È accaduto una volta sola: lo ha fatto Nerone nel 65 d.C. Voleva parteciparvi ad Olimpia ma aveva in casa manifestazioni agonistiche e sportive, le Neroniadi. Convinse, dunque, i giudici di Olimpia a spostare di un anno la manifestazione. Si presenta poi con circa 200 assistenti e vince tutte le gare, pure la corsa con i carri che vince cadendo».

I Giochi Olimpici sono trasversali alla storia del Paese. Anno 1948: Consolini, il contadino atleta, e Tosi il corazziere del presidente Einaudi, firmano la “doppietta” oro-argento nel lancio del disco, la disciplina per eccellenza dei Giochi. Il primo gennaio 1948, nasce la Costituzione Italiana, ma senza alcun riferimento allo sport. Ed ecco Berruto, la sua perseveranza, la testardaggine: «Sono passato su un’altra panchina, in Parlamento e ho voluto battermi fortemente per dare il giusto peso e valore allo sport. Il 20 settembre 2023, il Parlamento all’unanimità ha deliberato una modifica all’articolo 33 della Carta Costituzione che da pochi mesi, nella sua parte finale, riporta la frase: “La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme». Nella mia dichiarazione di voto ho voluto ricordare Alfonsina Strada, la prima odnna che si iscrisse al Giro d’Italia ovviamente al maschile, gli Invincibili del Grande Torino e Fausto Coppi, poi l’urlo di Desalu a Tortu nella magica staffetta, gli eroi dello sport paralimpico da Bebe Vio ad Alex Zanardi, il profeta della fatica che visse quattro vita e si laureò 4 volte Pietro Mennea. Diceva di non credere nella predestinazione».

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