Il coraggio di una professoressa a reagire contro i dettami del fondamentalismo islamico nel film AMAL per la sezione Generator+18

I giurati appartenenti alla fascia più adulta del #Giffoni54, in Sala Galileo hanno visto il film in concorso AMAL del regista Jawad Rhalib di origine marocchina ma trasferitosi a Bruxelles da oltre 30 anni. In questo lungometraggio, il cineasta ha voluto porre l’attenzione su quanto la religione, in particolare il fondamentalismo islamismo, influenzi con estrema prepotenza la vita delle persone. 

Amal, insegnante in una scuola di Bruxelles, incoraggia i suoi alunni a coltivare l’amore per la lettura e la libertà di espressione, anche se questo significa mettersi in pericolo. Le sue audaci pratiche di insegnamento cambieranno la vita dei suoi alunni e della loro cerchia familiare. 

Il ritratto che viene fuori da AMAL è ciò che di più vero possa accadere in Belgio, in Francia e in tanti altri paesi europei. Da anni, nelle scuole, si tengono abitualmente dei corsi di religione per adolescenti, nei quali i professori che insegnano vengono scelti da associazioni islamiche esterne. Questi enti a loro volta, sono talmente chiusi, che ne il preside, ne tanto meno il governo ha il potere per intervenire qualora dovessero verificarsi eventi pericolosi. Una condizione che se mal gestita può causare danni irreparabili nella mente dei ragazzi, facendoli crescere con il culto di eliminare fisicamente, tutte le persone contrarie nel pensiero o che non seguono i dettami della religione islamica, perché ritenuti infedeli.  

Realizzare questo film è risultato particolarmente difficile non per una questione di soldi ma di coraggio, nel voler toccare tematiche complesse come l’islamismo e il terrorismo che si spinge verso la morte. Il film AMAL vuole essere una presa di coscienza per le generazioni future, per mostrare anche al resto del mondo, cosa  avviene dietro le porte di quei corsi di religione. 

La figura dei professori come Amal, all’interno degli ambiti scolastici è da sempre, poco – o per nulla – tutelata da chi dovrebbe garantirne la sicurezza.  

Quando il film ha debuttato in Francia, la politica di estrema destra ha cercato di bloccarne l’uscita, accusando il regista di essere ‘islamofobico’. Tant’è vero, che alcuni politici dopo l’uscita di AMAL, sui loro account social postarono delle immagini di Jawad Rhalib che insulti di varia natura e accuse di islamofobia.  

Le interpretazioni dei protagonisti è uno dei tanti elementi sottolineati dai giuranti nel corso del dibattito, considerando lo stile recitativo con termini come reale e naturale. Una considerazione ben accolta dal regista, il quale ha confermato che ogni attore e attrice non ha mai ricevuto la sceneggiatura completa, perché voleva che le battute fossero il più credibili e veritiere possibili.  

Tra i dettagli che non sono sfuggiti agli occhi attenti dei giurati Generator +18, l’attenzione è ricaduta sulla presenza di una statua decapita. Un modus operandi di deturpare le bellezze artistiche, messo in pratica in varie occasioni dai componenti dell’ Isis, perchè profondamente contrari al mondo dell’arte. È a causa loro di questa organizzazione terroristica se il loro sistema culturale è avvelenato dall’interno, inneggiando a una netta distinzione tra i popoli, sebbene in Corano non dica di stare separati ma di accettare tutti. Religione non dice di stare separati, ma accetta tutti. 

Ed infine, il finale è il momento che ha spiazzato tutti i presenti nella Sala Galileo, portando a discutere sulla scelta di mostrare una conclusione per nulla banale e che può essere vista con un duplice punto di vista.  

Come ricorda il cineasta, nonostante i distributori gli avessero chiesto di cambiare il finale, lui si oppose per affermare un concetto importante: non è con l’arresto del professore che veicolava messaggi di odio o con il salvataggio della povera Monia, che il mondo smette di essere un posto pericoloso. Così come Gesù si è sacrificato per gli altri, anche Amal ha fatto la stessa fine per il bene delle altre persone. 

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