GAZA, IERI ED OGGI. “YALLA PARKOUR” EMOZIONA I GIURATI DELLA SEZIONE GEXDOC

Quarto film in concorso per la sezione GexDoc, dedicata ai genitori dei giurati. “Yalla Parkour” è un documentario firmato dalla regista palestinese Areeb Zuaiter, presente in sala assieme al protagonista: un atleta di nome Ahmed. In un comune sentimento di nostalgia verso la propria patria e di impotenza di fronte ad un destino che continua a ferirla si inserisce il racconto di una città segnata dalla guerra.

Ho ricordi a Gaza di quando era bambina, i miei genitori hanno lasciato Nablus e la Palestina da adulti. Vedo il suo mare ed il sorriso di mia madre che, man mano che la Palestina è stata divisa e distrutta, ha perso, mentre diventava sempre più difficile ritornare nella nostra terra di origine. L’obiettivo di questo documentario è mostrare Gaza com’era e com’è adesso, ci teniamo a raccontare questa terra e le tante storie dei palestinesi. Alcuni sono scappati, proprio come Ahmed, che è fiorito riuscendo a trasferirsi in Svezia, ma resta il dolore della distanza dalle nostre famiglie e dalla nostra cultura”.

È il parkour, disciplina che si sintetizza nell’arte dello spostamento superando gli ostacoli con movimenti fluidi, a dare il via al progetto. “Ho visto casualmente il video di alcuni ragazzi che facevano parkour sulle spiagge sabbiose di Gaza”, ha raccontato la regista, “mi hanno colpito i loro sorrisi, il senso di resilienza e – nel contempo – la presenza delle bombe sullo sfondo. Li ho cercati, alla fine sono riuscita ad entrare in contatto con Ahmed e da lì è cominciata un’amicizia e la costruzione di questo racconto”.

Non sono mancate le domande per Ahmed, il quale è riuscito a lasciare Gaza proprio grazie ai suoi video diffusi attraverso i social. “Ho cominciato a fare arti marziali quando avevo quattro anni, un giorno ho visto dei ragazzi fare dei salti e ne sono rimasto colpito, pensavo fossero cose che potevo vedere solo nei film. Mi sono appassionato e ho cominciato a 9 anni, da allora non ho più smesso. I social sono stati l’unico modo per andare via. Potevamo fare solo questo, fare dei video e sperare ci portassero a qualche partecipazione a competizioni e workshop. Non è stato facile, all’inizio il visto mi veniva negato. Ora vorrei tanto tornare a riabbracciare la mia famiglia, ma non posso perché il confine è chiuso. Spero di rivederla sana e salva e che questa guerra finisca presto”.

Il parkour come strumento di libertà per Ahmed, il parkour come gancio per riappropriarsi della propria identità per Areeb Zuaiter. “Immagini commoventi e difficili: ma c’è un messaggio di speranza in tutto questo?”, le hanno chiesto dalla sala. “È difficile restare ottimisti, ma l’unica reale speranza è riservata alle nuove generazioni. Dobbiamo augurarci che loro saranno più bravi di noi”.

 

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