FRANCESCA BARAGHINI PRESENTA “PIÙ FORTE IO”, DI TELEOMERO: “IL TITOLO È PIÙ FORTE IO, MA QUELLO CHE VINCERÀ È IL PIÙ FORTE NOI”

«Abracadabra: creo quel che dico. Le parole creano mondi e hanno le chiavi per chiuderli. Quando nella tua vita entra la parola diagnosi, che etimologicamente significa “conoscere attraverso”, questa, a un certo punto, prende talmente tanto spazio da dirti che non hai una malattia: sei una malattia.» Con queste parole Francesca Baraghini presenta, alla sezione Impact! del Giffoni Film Festival, il cortometraggio di Teleomero Più forte io.

Perfettamente in linea con il tema #Giffoni56, il documentario racconta cinque storie di persone che hanno reso possibile ciò che la malattia sembrava rendere impossibile, affermando di fronte alla propria diagnosi: «Io non sono lei».

In collegamento interviene Pierpaolo Spollon, che spiega: «Più forte io è un documentario che mostra come lo stigma sia soltanto negli occhi di chi guarda.»
Il cortometraggio presenta al pubblico cinque diverse malattie autoimmuni, trasmettendo un messaggio fondamentale: «Non bisogna accontentarsi».

Durante l’incontro vengono affrontati alcuni temi centrali per sostenere le persone che convivono con questo tipo di patologie. Primo fra tutti, l’ascolto: «Ascoltare fin dall’inizio è fondamentale.» In sala sono presenti i medici e le rappresentanti della casa farmaceutica che hanno reso possibile il progetto. Con loro anche tre dei cinque protagonisti del documentario, pronti a condividere la propria testimonianza e a rispondere alle domande dei giffoner.

«Io sono stata molto fortunata: ho avuto persone che mi sono state vicine» racconta Maria Rosaria, che convive con l’artrite reumatoide fin dalla nascita. «È stato molto importante avere accanto persone che non mi facessero sentire diversa.»

L’importanza dei legami viene sottolineata anche dai professionisti del settore medico: «Il titolo è Più forte io, ma quello che vince davvero è il più forte noi.»
Si affronta anche il tema del ruolo delle associazioni. Ludovica, raccontando la propria esperienza con la psoriasi, afferma:

«Non è stato facile conoscere la patologia da adolescente. Se avessi conosciuto già da giovane l’associazione di cui oggi faccio parte, mi si sarebbe aperto un mondo. È importante diffondere informazioni corrette su queste patologie.»
Più difficile è stata invece l’esperienza di Nicolas, che ricorda quanto sia ancora lunga la strada da percorrere:

«Non ho avuto nessuno, ma questo mi ha reso molto più forte. I commenti delle persone mi facevano più male della malattia stessa.»
Successivamente racconta anche la mancanza di empatia riscontrata nel percorso di cura: «A me è mancata l’umanità, anche da parte dei medici. A volte basta anche solo un barlume di luce per darci una speranza immensa.» Per il futuro, l’auspicio condiviso è quello di una medicina sempre più empatica e attenta alla persona.

L’incontro si conclude con un messaggio di speranza affidato ai medici presenti: «A nessuno può essere negata la speranza. Domani può succedere qualcosa che può cambiare tutto.»

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