«Fare grande arte: è questa la libertà»

Giffoni Award al regista Andrea Segre, protagonista di Wokshop +18

Dietro le quinte, all’origine del processo creativo. Proseguono gli incontri della sezione Workshop +18 di #Giffoni55, con esercitazioni open stage e dibattiti con i protagonisti del cinema per aspiranti attori ed attrici, attraversando stili e mestieri differenti. Dal palco alla macchina da presa, al montaggio.

Un dialogo diretto, senza filtri, sullo studio delle emozioni con il regista e sceneggiatore, autore anche di documentari, Andrea Segre, per la masterclass sviluppata in collaborazione con Anica, con un focus sul suo quinto film “Berlinguer – La Grande Ambizione” del 2024 prodotto da Vivo Film, incentrato sulla vita del politico e leader del Partito Comunista Italiano, che ha sfidato i dogmi della guerra fredda nel secondo dopoguerra.

A Segre è stato assegnato anche il Premio “Giffoni Award 2025” per lo spessore culturale della sua produzione artistica.

«Mi sembrava assurdo che non ci fosse un film su Berlinguer, una delle figure politiche di riferimento dal secondo dopoguerra ad oggi. Ho trascorsi mesi dentro il circolo Gramsci a leggere e studiare i verbali della direzione del partito comunista italiano. È stato affascinante. I testi raccontano cose di oggi. Non mi interessava la riflessione storica in sé, ma il modo in cui riuscivano a relazionarsi con il mondo di oggi. Molti quindicenni e trentenni hanno visto il film perché dialoga con le domande con cui si muove oggi la società contemporanea. Il film racconta cinque anni di storia politica mondiale in due ore: la selezione è brutale. Abbiamo usato l’istinto, quello che è tra le righe: tutte le opere d’arte e il cinema sono fatti di ciò che non si vede, ma c’è», racconta Segre.

Un lungo exursus su sceneggiatura e sul rapporto tra regista e i 48 attori, a partire dalla fase di preparazione del film: «Abbiamo fatto assemblee, prove. Arrivo agli incontri con una sceneggiatura solida, pronta, tendenzialmente qualcosa può cambiare, può cambiare, ma nella macrostruttura, Abbiamo portato nello studio le emozioni dell’attore. La persona attore/attrice si confronta con il personaggio da mettere in scena, per capire che cosa pensare. Non cosa pensava Berlinguer, ma perché lo sto facendo io e questo aggancia all’attualità. Non ci sono maschere, tutti gli attori riconoscibili, perché mi interessa l’interpretazione dietro ad un pensiero, un’emozione. È un film sulla storia politica, in un periodo di crisi della politica fa parte della nostra vita. Facciamo parte di una polis. Non possiamo eliminarla».

Racconta gli otto mesi trascorsi a leggere i verbali della Direzione del partito: «Se non studi non sai cosa metterci dentro – spiega, sottolineando che tutti i grandi discorsi del film sono quelli originali di Berlinguer – Obbligo gli attori a studiare e a costruire una distanza: occorre entrare nel personaggio in maniera immersiva, ma non emozionarsi.  L’attore deve essere, non guardare dall’esterno – e prosegue, riferendosi all’attuale universo social – Pensi a come apparire e non ti concentri su come sei. Sei dentro ad una superficie rappresentativa».

Evidenzia, inoltre, la necessità dell’attenzione reciproca tra regista e attore: «Con Elio Germano, il protagonista del film, siamo andati insieme a Sassari (città d’origine del politico) a camminare per cercare un senso a quello che stavamo raccontando – aggiunge – Conosco Elio da tanto tempo, pensavo fosse la persona giusta, non solo per la sua fisicità: sapevo che potevamo condividere una produzione cinematografica che agganciasse domande sull’attualità. I film storici politici hanno spesso uno sviluppo parallelo, un filone di drammaturgia privata oltre la sfera pubblica. Berlinguer è la sfida al mondo con il compromesso storico».

E aggiunge: «Il cinema documentario mi piace tanto. È l’inarrivabile, perché riesce a trasformare in cinema una persona reale, mettendola in scena. La preparazione è diversa, è attraversamento. L’approccio è quello del viandante che si muove nella città, che non sa cosa sta cercando, ma inizia a muoversi. Ha delle domande, senza avere delle risposte. Riuscire a rinunciare all’omologazione della ricerca è proiettarsi come viandante è molto utile. Tutto ciò che io dico è relativo al mio modo di lavorare. Non esiste una regola al 100%. È quello che io sento come necessario, creando uno spazio di immersione dentro tante cose. É un percorso insieme regista/attore in quella immersione, è un’esperienza umana. La libertà autoriale va protetta, tutelata. È quello che io sento di trasmettere. Ho rappresentato non la verità, ma quello che mi è arrivato in correlazione con l’attualità».

Un discorso che si allarga alla sociopolitica. Quanto il cinema è libero di raccontare o criticare il potere? «Fare grande arte: è questa la libertà».

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