Dikele: “Gli errori mi hanno fatto crescere. La fortuna è conseguenza dell’impegno”

Antonio Dikele Distefano entra nella Sala Verde con passo sicuro, il cappellino calato sulla testa e lo sguardo di chi ha imparato a farsi strada contando solo sulle proprie forze. È lo scrittore che ha venduto centinaia di migliaia di copie, l’ex ragazzo di provincia che sognava di fare rap quando tutti lo prendevano in giro, il direttore di Esse Magazine, punto di riferimento per la cultura urban in Italia. Ai giffoner della sezione Impact racconta senza filtri la sua storia: cadute, risalite e lavoro. Tanto e duro lavoro. Perché, come dice lui stesso,  la fortuna è solo “la conseguenza della costanza e della disciplina”. Meritocrazia, insomma. Su base di cuore e sudore. “La mia molla? La voglia di esprimermi” esordisce Dikele, trentatrè anni sulle spalle. “Vengo da un piccolo centro, e quando provi a fare qualcosa di diverso vieni visto come uno strano. Da ragazzino ascoltavo Fibra e mi prendevano in giro. Mi deridevano anche quando dicevo che volevo scrivere un libro. Ho imparato che bisogna fare quello che ci piace perché se viviamo solo per piacere agli altri finiremo per non piacere a noi stessi”. Nato a Busto Arsizio da genitori angolani, cresciuto tra Cerignola e Ravenna, Dikele ha iniziato scrivendo romanzi diventati bestseller e pubblicati da Mondadori. Poi, nel 2016, ha fondato Esse Magazine, piattaforma digitale che oggi è un riferimento per il rap e la cultura urban. “Quando hanno iniziato a fermarmi più per la musica che per i libri, ho capito che avevo spaccato” sorride. Il percorso, però, è stato tutt’altro che lineare. “La perfezione non esiste. Gli errori ti fanno crescere, ti fanno migliorare. Io ho sbagliato tanto ma è così che sono andato avanti”. E ai ragazzi che temono i giudizi sui social ricorda: “La paura dei commenti può bloccare. Bisogna insegnare a scuola come usare questi strumenti e come affrontarli. Io accetto critiche solo da chi accetterei consigli”. Sulla musica Dikele è diretto: “Oggi è il periodo storico migliore per farcela. Puoi ascoltare tutta la musica del mondo, hai una miniera di opportunità per farti notare anche con pochi soldi. Ma per emergere serve solo una cosa: la bravura. Senza bravura, duri poco: il tempo di un’illusione”. Per lui la strada maestra è chiara. “Stare in studio tutti i giorni. Scrivere tutti i giorni. Le persone davvero brave che conosco fanno così. E soprattutto bisogna raccontare la verità, essere autentici”. E la fortuna? “Per me la fortuna è la conseguenza della costanza e della disciplina. È questo che ti porta lontano, a raggiungere i traguardi, a realizzare i sogni”.

I giffoner lo sottopongono a una raffica di domande. Dikele si mette in gioco senza esitazione. Il più “real” della scena? “Baby Gang”. Il disco che ha consumato di più? “Chi More Pe’ Mme” dei Co’Sang.  E ancora, a bruciapelo. Il sentimento di cui ti vergogni? “L’invidia”. E il tuo idolo da bambino? “Roberto Saviano”. La sala applaude, poi si riparte. L’artista più sottovalutato? Dikele ne cita due: Johnny Marsiglia e Ntò. Il consiglio di cui hai fatto tesoro? “La guerra la fanno solo i soldati. “E io” chiosa “non lo sono”.

 

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