De Giovanni rivela: consegnato il soggetto per la quarta serie del Commissario Ricciardi

“Proprio oggi abbiamo consegnato il soggetto per la quarta serie del Commissario Ricciardi”. Lo rivela lo scrittore Maurizio De Giovanni alla platea dei giovani di Impact. Ospite del Giffoni, lo scrittore napoletano si è sottoposto alle domande dei ragazzi offrendo molti spunti di riflessione e strappando applausi. E proprio su uno dei suoi personaggi più amati, l’anticipazione è stata accolta con un forte applauso. “Ricciardi, alla fine del 2027, ritornerà con un nuovo romanzo nel quale n- rivela lo scrittore – non racconterò la guerra o il dopo guerra, che sono stati periodi terribili e non mi va di raccontarli, ma vi la storia parte dal 1952, quando Marta, la figlia di Ricciardi, avrà 18 anni”.

Si parla di scrittura, di storie, di narrazione, e De Giovanni pone l’accento sulla “curiosità”. Che rappresenta, dice “la voglia che ha una persona di conoscere quello che è fuori da sé. Sembra una cosa ovvia e lo è per la maggior parte dei casi, e lo è per voi, ma nella realtà dei fatti non è così, purtroppo”. E da qui il senso della sceneggiatura, che “non è altro che mettere in forma di dialogo, in forma di interazioni e in forma di espressioni quello che è uno ha dentro, che sono le lesioni”. I personaggi, continua lo scrittore “così come noi, hanno una percezione di sé stessi che non è quella che portiamo fuori. Io dico sempre che c’è un luogo terribile nel mondo per tutti, il peggior luogo del mondo per tutti è lo specchio del bagno. Non gli altri specchi, negli altri specchi sorridiamo, fateci caso. Nello specchio dell’ascensore, in quello dell’ingresso, noi sorridiamo perché il sorriso è quello che noi porteremo fuori, è il vestito che noi indossiamo. Nello specchio del bagno, alle sette di mattina, non sorridiamo affatto perché c’è un tizio, nello specchio, che sa tutti i fatti tuoi, tutti, le perversioni, le simpatie, le antipatie, le passioni, anche le fobie, le paure. Quelle sono le cose che noi dobbiamo scrivere nei personaggi, cioè noi dobbiamo ricordarci le imperfezioni che non si vedono fuori”. Nessuno porta fuori le proprie imperfezioni, perché sono debolezze, sono fragilità prosegue De Giovanni. “Se tu le fai vedere agli altri, ti metti nelle loro mani, qui le nascondi, ma nella realtà esistono. Allora quando noi scriviamo rappresentiamo le imperfezioni, il che si può fare nei romanzi molto facilmente. Io posso scrivere un capitolo intero in cui racconto come si sente un personaggio, ma in una sceneggiatura mi devo affidare a un’espressione di un attore, a una parola, a un tono di voce, alto, basso. La sceneggiatura ha questa complessità. Io so quello che prova il personaggio, ma devo farglielo dire senza dirlo esplicitamente”.

I ragazzi mettono in fila in personaggi, a iniziare da Mina Settembre. “Mina – spiega lo scrittore – nasce da un’idea: la non corrispondenza tra legge e giustizia. Legge e giustizia non sono la stessa cosa. La legge è un complesso di regole che un contesto sociale si dà sulla base di tante esigenze. Stiamo vedendo per esempio in questi giorni una tendenza preoccupante a seguire i fatti di cronaca nell’attività legislativa. È una cosa che tu capisci bene. Sbagliata è anche pericolosa. Sbagliata perché non ti fa avere una strategia. Cioè se io devo stare attento a dove metto i piedi in ogni singolo passo è difficile tenere in mente in che direzione voglio andare. E questo è secondo me preoccupante”. Per questo, spiega, Mina “non è un poliziotto, non è un magistrato, ma si ritrova in quartieri popolari a vedere la differenza che c’è fra legge e giustizia e questo Mina lo sa perché lavora da assistente sociale. E a me – conclude – divertiva metterla in bilico, farla camminare su un territorio un po’ scivoloso”.

Il libro o la televisione. Leggere un romanzo o guardarlo in tv. Qui, Maurizio De Giovanni consegna ai ragazzi una grande verità spiegando che la lettura è “creativa” nel senso “che è proprio un lavoro, non puoi distrarti, altrimenti sei costretto a tornare indietro. Mentre leggi ti devi sforzare di immaginare i personaggi, gli ambienti, dunque richiede un impegno. Ecco leggere un libro è un’attività. Quando tu guardi invece una storia in tv, ti puoi distrarre, puoi rispondere a un messaggio, ti puoi connettere, puoi mangiare qualcosa, puoi dormire un paio di minuti tra una scena e l’altra, e non uscire mai fuori dalla storia. Quando leggi un libro non puoi nemmeno pensare ai fatti tuoi, altrimenti esci. Il motivo è che la lettura è una creazione. Lo scrittore immagina una storia, il lettore la vede. La vede fisicamente. Vede le luci, vede i colori, sente gli odori. Io credo ancora che la lettura sia il punto più avanzato di realtà virtuale che esista”.

Inevitabile una domanda sulla città d’origine, protagonista di tutti i suoi romanzi. “In quarantacinque romanzi tutti rigorosamente ambientati a Napoli, la parola Napoli – commenta De Giovanni – non mai scritto il nome della città. Perché si capisce. E questa è una cosa che mi piace tantissimo: il fatto che raccontare Napoli sia facile e tu la capisci lo stesso, anche senza identificarla. Napoli -prosegue – è un luogo stretto, in cui la periferia è un concetto sociale, non geografico. Cioè noi non abbiamo una periferia geografica, abbiamo la periferia in centro. Nessun’altra città ce l’ha. Napoli è la città con la maggiore comunità di immigrati e non c’è mai stato un episodio di intolleranza razziale. C’è un rispetto naturale per le altre culture, c’è una vocazione all’accoglienza che è naturale per la città. Una città – continua – piena di ombre, terribile, per molti versi, difficilissima. È una grande capitale del sud del mondo. Io dico sempre che è l’unica città sudamericana fuori dal Sudamerica”.

 

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