“Omaha” di Cole Webley commuove il pubblico dei Generator +18: un road movie intenso sul coraggio e sull’abbandono

Proiettato nella sezione Generator +18, “Omaha” ha scosso e commosso i #jurors di #Giffoni55 presenti in Sala Blu. Il film segna il debutto nel lungometraggio del regista statunitense Cole Webley ed è ambientato negli anni della crisi economica del 2008. Protagonista della storia è un padre in difficoltà che, con i figli Ella e Charlie, attraversa l’Ovest americano alla ricerca di una nuova speranza. Ma ciò che sembra un viaggio improvvisato, si rivela ben presto un percorso segnato da dolore, resilienza e una scelta destinata a cambiare per sempre le vite dei protagonisti. Webley, cresciuto con cinque fratelli nello stato rurale di Washington, arriva al cinema dopo una carriera brillante nel mondo della pubblicità. Tra i suoi riconoscimenti figurano Cannes Lions, Clio, D&AD, oltre al New Director Award di Shoot Magazine. “Omaha” rappresenta la sintesi di un percorso artistico maturo, attento all’estetica, ma soprattutto ai contenuti profondi. Il film è stato prodotto da Preston Lee, anch’egli proveniente dal mondo dell’advertising, dove ha ricevuto premi prestigiosi, tra cui una nomination agli Emmy per uno spot del Super Bowl. Con “Omaha”, Lee ha consolidato la sua vocazione per il cinema indipendente, dopo aver prodotto sei lungometraggi, tra cui “Booger”. Il dibattito seguito alla proiezione è stato acceso e ricco di emozioni, molti giovani spettatori hanno voluto condividere riflessioni personali sul film in concorso. Francesco da Montecorvino Pugliano e Mattia da Bologna hanno commentato: “Il film mi ha preso proprio di brutto oggi. Bisogna sempre riflettere su come dire la verità, anche se cruda. Becoming Human forse vuol dire sviluppare una certa sensibilità”. Tra i giurati, anche Maria Rosaria da Brescia, dirigente dei Servizi Sociali ed ex giudice onorario per il Tribunale dei Minori, ha raccontato: “Mi sono sentita chiamata in causa. Il film affronta il tema dell’abbandono con grande delicatezza. Una volta una giovane madre mi lasciò una neonata di sei mesi sulla scrivania. In Italia per fortuna abbiamo strumenti per proteggere bambini e genitori che non si sentono in grado, ma la realtà può essere devastante”. Francesca da Civitavecchia ha parlato di un mix di emozioni, rabbia e dolore: “Mi sono chiesta perché il padre abbia scelto di lasciarli in un ospedale e non una casa famiglia. Ho sentito la paura dei figli. È stato un viaggio dentro l’anima”. Un gruppo di ragazzi – Alessandro, Sania e Francesco – ha definito il film “sensibile e difficile da raccontare”, apprezzando il coraggio del padre nel compiere un passo indietro: “A volte prendersi cura significa anche accettare di non poterlo fare”. Qui, il tema più profondo che spinge a riflettere su più fronti, politico sociale e non solo familiare: “Cosa significa prendersi cura di qualcuno? Bisogna lottare fino in fondo?”. Dalla Macedonia, Sten ha messo in luce l’impatto sociale della scelta del protagonista: “Il trauma dei figli sarà enorme. Forse lui non ne ha nemmeno coscienza”. Ha invece compreso la difficoltà del gesto Ilary, dalla provincia di Avellino: “Non sempre si ha il coraggio di dire la verità. Ho apprezzato che il papà abbia voluto vivere del tempo prezioso con i bambini prima di lasciarli per sempre, preservandoli da questo enorme peso fino alla fine”. “Omaha” si è dimostrato un road movie potente e doloroso, capace di aprire una riflessione collettiva su temi cruciali come la genitorialità, la povertà, la verità e il senso del prendersi cura. Una pellicola che resta impressa, come il segno di un viaggio tanto fisico quanto interiore.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *