Marco Rodari a Giffoni: «La guerra spegne gli occhi dei bambini. Ciò faccio serve a riaccendere la meraviglia»

«Il problema più grande è quando incontri bambini con gli occhi spenti». Marco Rodari, conosciuto come il clown nei luoghi di guerra, porta da anni la clownterapia nelle zone devastate dai conflitti, dall’Ucraina a Gaza, dalla Siria al Libano. Al Giffoni Film Festival, davanti ai ragazzi della sezione #Impact, ha raccontato cosa significa entrare in una cantina sotto le bombe con un naso rosso in tasca e la convinzione che anche un sorriso possa diventare un gesto di resistenza e speranza. Per Rodari il gioco non è un passatempo, ma un diritto fondamentale dell’infanzia. «Tutto ciò che è ricreativo – il gioco, la musica, l’arte, lo sport – completa la crescita di un bambino. In guerra tutto questo viene negato. I bambini vanno a scuola, quando possono, ma manca quella parte che permette loro di esprimersi e immaginare». È proprio l’immaginazione, spiega, a essere una delle prime vittime dei conflitti. «La guerra porta i bambini a non meravigliarsi più. E quando un bambino smette di meravigliarsi, non è più davvero un bambino. Il gioco serve proprio a questo: a restituire stupore». Il clown, racconta, riesce a creare uno spazio inatteso anche nelle situazioni più estreme. «Può arrivare dal nulla e giocare con i bambini perfino mentre cadono le bombe. Ma per costruire davvero qualcosa servono la pace, la scuola, il gioco. La pace è fondamentale perché i bambini non dimentichino cosa significa giocare». Le ferite della guerra non finiscono con il cessate il fuoco. Rodari lo vede ogni volta che torna dai fronti e lo sperimenta anche su se stesso. «Basta un giorno sotto le bombe e quelle paure restano dentro. Si può imparare a conviverci, come hanno fatto i nostri nonni dopo la Seconda guerra mondiale, ma non spariscono. Io sono appena rientrato dal Libano e basta sentire un rumore nel cielo perché il pensiero vada subito ai droni. Se succede a me, immaginate cosa significa per un bambino». Tra i ricordi che custodisce con maggiore emozione c’è quello di una bambina incontrata in Ucraina. I soldati lo accompagnano in una cantina dove quattro bambini sono rimasti bloccati con la nonna. Rodari entra indossando casco ed equipaggiamento militare. «Mi tolgo il giubbotto antiproiettile, poi l’elmetto, e all’improvviso compare il clown. La bambina, Angelina, sapeva benissimo cos’era un clown, ma per lei era impossibile che potesse trovarsi lì». È proprio l’impossibile, dice, ad aprire uno spiraglio riprendendo il tema di #Giffoni56. «Quando fai accadere qualcosa che un bambino non avrebbe mai immaginato, rompi il muro della paura. Se torna a meravigliarsi, allora può tornare anche a immaginare un futuro diverso dalle macerie che ha davanti». Rodari rifiuta l’etichetta dell’eroe. «Non vado in guerra perché ho più coraggio degli altri. Quando trovi la cosa bella da fare nella vita, il coraggio passa in secondo piano. C’è semplicemente da andare». Ai ragazzi di Giffoni lascia un invito preciso: cercare la propria strada. «Trovate qualcosa che vi piace, che vi riesce e che faccia del bene. È lì che nasce il vostro posto nel mondo». Il cuore della sua missione resta sempre lo stesso: restituire ai bambini la capacità di stupirsi. «Quando riesci a creare qualcosa di magico, il bambino ricomincia a immaginare. Per venti o trenta minuti esce dalla guerra. Poi torna alla realtà, ma con uno sguardo diverso». Il suo appello è semplice: non dimenticare chi vive nei territori di guerra anche quando i riflettori mediatici si spengono. «Se avete conosciuto un ragazzo ucraino, siriano o palestinese, continuate a scrivergli anche tra un anno. Quando le telecamere se ne vanno, per chi resta la solitudine diventa ancora più pesante». Al termine dell’incontro Rodari ha ricevuto Il premio “Futura – Rendere possibile l’impossibile” realizzato per la 56ª edizione del Festival dalla Scuola dell’Arte della Medaglia della Zecca dello Stato.

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