“LA MALATTIA È SOLO UN ASPETTO DELLA VITA”: IL MESSAGGIO POSITIVO DI “UN CUORE GRANDE”, IL DOCUFILM SU CHI VIVE CON UNA FORMA DI CARDIOPATIA

“Un cuore grande” emoziona i giffoner della Impact!. Il docufilm – scritto da Donatella Romani, diretto da Roberto Amato e prodotto da Telomero Produzioni – racconta le storie di chi convive con una forma di cardiomiopatia. Quattro storie di determinazione, speranza e fiducia per un futuro migliore. Sul palco, a dialogare con i giovani, insieme ad Amato e Romani, anche Franco Cecchi, presidente Aicarm Aps – Associazione Italiana Cardiomiopatie – e i pazienti protagonisti, tra gli altri, del docufilm.

“Un cuore grande” è il primo docufilm dedicato alle malattie che interessano il muscolo cardiaco. Tra queste, la cardiomiopatia ipertrofica è la forma più comune e può causare sintomi debilitanti e gravi complicazioni. “I sintomi sono abbastanza comuni a tante cardiomiopatie – spiega Cecchi – Tra questi, difficoltà a fare le scale o a fare sforzi, il cuore che va veloce, che è irregolare, dolori al petto, anche se questo è un fenomeno più raro. Se non abbiamo la diagnosi, la cardiopatia progredisce”. Il messaggio di Cecchi è chiaro: “Non basta essere medico, abbiamo bisogno di persone che parlano. I paziente deve parlare con persone che hanno gli stessi problemi”. E racconta del servizio si Aircam, “Cuori in ascolto”, dove “volontari ascoltano le ansie e le paure delle persone. Questo è di fondamentale aiuto per loro”.

Tra i protagonisti del docufilm, Giorgia Fiori. “È importante relazionarsi quanto prima con i ragazzi – dice – Gli incontri con le scuole sono importanti”. E spiega: “A me è successo a 19 anni di scoprire la malattia, ma se mi fosse successo in classe nessuno sarebbe stato in grado di aiutarmi”. Un’altra protagonista, Cristina, racconta: “Ho scoperto da bambina la cardiomiopatia ipertrofica, a 12 anni. Non mi rendevo conto di quello che avevo. Con la mia indole ottimista ed entusiasta ho vissuto la mia vita sempre e allegra e felice. Quando mi sono resa conto dei sintomi, mi sono goduta ancora di più le cose che facevo e che vivevo. La malattia mi dà pensiero ma non ha modificato il mio approccio alla vita”. Così Antonio: “Quando vieni a sapere che la tua malattia ha una origine di tipo genetica e che la stessa malattia a causa tua può essere stata trasmessa a figli o nipoti, questo crea un senso di colpa. Il referto negativo dell’indagine sui miei due ragazzi per me è stata una liberazione, la cosa più bella che mi è capitata in tanti anni”.

A commuovere i ragazzi anche la testimonianza di Benedetta ed Enrica, moglie e figlia di un uomo che della malattia è rimasto vittima. “Quando abbiamo saputo della sua malattia, abbiamo cambiato la nostra vita – racconta Benedetta – Abbiamo scelto di fare delle piccole cose. Non rinunciare ma farle, anche se piccole”. Ed Enrica: “Già sapevo di voler fare il medico a tre anni. Inizialmente non avevo una chiara idea di quale fosse il problema di mio padre, ma so che a 5 anni non ho più potuto giocare con lui come prima”. E ancora: “Quando è venuto a mancare è stato uno schiaffo in faccia, il crollo di tutte le mie certezze. Ho capito che il mio unico interesse era la medicina. Però non sono riuscita a fare quel passo in più per lavorare con persone come lui. Quindi ho scelto una strada un po’ diversa, faccio l’endocrinologa e diabetologa”. L’invito del docufilm, ripreso da Cecchi, è chiaro: “Ricordare che la malattia è uno dei tanti aspetti della vita”.

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