Il messaggio di Caterina Banti a Giffoni Sport: “Sfruttare il vento delle opportunità”

“Il mare è più bello d’inverno. In estate non fa per me: il caldo, il lettino, la calca non mi appartengono”. Caterina Banti, oro olimpico, velista, ha due lauree, parla quattro lingue e ne ha studiate sei. Il suo motto è: “Non si finisce mai di imparare”. Il suo consiglio per i ragazzi che l’ascoltano e si nutrono della sua storia di coraggio e resistenza è “sfruttare il vento delle opportunità e adattarsi al cambiamento”. Lo sport le ha insegnato l’uguaglianza sulla linea di partenza ma anche la diversità da cogliere e apprezzare nelle caratteristiche e nei molteplici talenti, che possono essere quelle dei concorrenti, degli avversari: “C’è sempre da imparare da chi è diverso da me”, dice agli ambassador di Giffoni Sport. “Quando ho vinto la mia prima Olimpiade ho provato soddisfazione ma anche una sensazione di straordinaria naturalezza, mista alla voglia di mettermi ancora in gioco”. Il suo sport è di coppia. In vela e anche nella vita c’è Ruggero Tita (Tokyo 2020, poi spostata nel 2021 causa Covid, e Parigi 2024). “Due persone e due culture differenti – dice – io romana e lui di Trento. Con gli psicologi dello sport che ci hanno seguito lavoriamo su una comunicazione efficace. È giusto litigare, ma è anche necessario sapere e volere superare questo momento, attraverso la fiducia reciproca. Siamo ciascuno nelle mani dell’altro, al 100 per cento, soprattutto quando i momenti diventano difficili. Quando ho cercato di fermarmi, lui dal giorno dopo l’Olimpiade ha cercato di convincermi a tornare in barca e ci ha messo un anno e mezzo. Nel frattempo Ruggero è già operativo per la Coppa America”.

Il tema di Giffoni è “le cose impossibili”. Caterina adolescente pensava “che fosse impossibile vincere due ori olimpici”. Poi bisogna essere anche concreti: “Lo sport insegna a farlo, insieme alla motivazioni e alla resilienza, che ci spingono a superare difficoltà”. Quali sono quelle della vela? “Le maggiori difficoltà del nostro sport vanno divise nelle classi in doppio. Il ruolo del timoniere è mentale e quello del prodiere è fisico. In barca si passa molto tempo insieme: è importante controllare le emozioni, non ci sono filtri, non c’è tempo per pensare e il lavoro deve essere fatto all’unisono”. Poi ci sono le variabili: “Il vento e il mare possono calare e alzarsi in modo imprevedibili. Dunque bisogna avere grande capacità di adattamento. Sono fattori che si portano dietro l’alimentazione: se c’è vento forte si consumano più calorie e se cala, se ne consumano meno. Può sembrare uno sport da crociera ma non lo è. Il meteo non lo gestiamo noi”.

Com’è scattata la scintilla con la barca a vela? “Lascio i miei pensieri a terra, mi si libera il cervello e mi piace il mio ruolo da prodiere, perché è fisico e sono in mezzo alla natura”. I due ori olimpici e le grandi soddisfazioni che cosa spingono a ricominciare dopo Tokyo? “Chi vince una medaglia olimpica non ha un vitalizio a vita. In realtà c’è proprio una letteratura legata alla depressione post vittoria olimpica. Dopo aver vinto una Olimpiade, che magari è un obiettivo per il quale è stata dedicata la vita per quattro anni, si entra nella quotidianità e si ha paura del dopo. Dopo aver raggiunto la gloria, il meglio, bisognerebbe farsi un’altra domanda: qual è in realtà la vera motivazione di fare sport e che cosa spinge a tenere alto il livello, spingendo a continuare? Dopo Parigi, avevo sentito la necessità di farmi da parte. Io ritorno perché se non vado in barca e non faccio lo sport in un certo modo, sto male. Vado in barca, perché sto bene lì e ogni giorno voglio migliorarmi, perché lì mi sento me stessa e libera”.

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