Gino Cecchettin ai giovani di Impatc! “Partite dall’amore, l’odio è tossico. Non inseguite la perfezione, perché è dagli errori che si impara”

Da pochi giorni, con la sua Fondazione, ha sottoscritto un protocollo d’intesa triennale con il Consiglio nazionale dei commercialisti per collaborare in materia di contrasto alla violenza economica, attraverso l’educazione e l’alfabetizzazione finanziaria e superare così uno dei tasselli più insidiosi del gender gap. Ma è solo una delle tante azioni messe in campo da Gino Cecchettin, il papà di Giulia, diventata tristemente uno dei simboli del femminicidio (sono già circa sessanta, dall’inizio del 2025, stando ai dati di Non una di meno). Investire in formazione e sicurezza è il suo motto da quando sua figlia è stata trucidata da Filippo Turetta. “C’è ancora molto da fare – dice alla platea di Impact! – soprattutto sul fronte della sicurezza. Oggi (ieri per chi legge, ndr) incontrerete il ministro Piantedosi che è tra le istituzioni che si sono proposte di collaborare con noi. Io gli chiederei di incentivare gli aiuti per le donne che denunciano e che così sono maggiormente esposte al rischio. Di accelerare i tempi delle indagini, di fare maggiore attenzione alle segnalazioni. Proprio per questo abbiamo intenzione di promuovere dei corsi di formazione specifici per le forze dell’ordine”.

Ma la repressione non è la soluzione. “Bisogna lavorare a priori, ragionando su come incanalare le emozioni. Se Filippo avesse seguito un corso di emotività, probabilmente rispetto al no di Giulia avrebbe sì sofferto, ma anche compreso che la vita continua e si va avanti. Questo dovremmo insegnare ai nostri ragazzi: non esiste il buio totale, l’educazione serve a togliere quello strato di polvere e a far capire che lì sotto c’è la luce”. Un messaggio potente, che si inserisce pienamente nel tema di #Giffoni55, diventare umani. Un iter che si impara strada facendo, come spiega lo stesso Cecchettin: “Quando ho tolto l’odio dalla mia vita mi sono scoperto un uomo nuovo. Il mio carattere è cambiato nel tempo. Sono cresciuto con il mito dell’uomo forte, perfetto, che non deve crollare mai. Anche certa cinematografia ha contribuito a radicare questo modello nella mia generazione. La debolezza era per gli sfigati. Quando ho incontrato mia moglie Monica ed è nata la mia prima figlia, Elena, è cambiato tutto. Il problema non è essere un vero uomo, ma un uomo vero. Non mi piace il termine decostruire. Preferisco modificare, ricostruire partendo dalle macerie ma anche senza necessariamente demolire o resettare, perché è dagli errori che si impara, mentre la perfezione è sterile”.

Cecchettin non ha negato di essere stato vittima della spettacolarizzazione del dolore: “Me ne sono reso conto tardi ed ho capito che a fare un buon giornalista è l’empatia. Perché se non sono i media a cercare l’essenza degli esseri umani, chi altro può farlo riuscendo a raggiungere un pubblico così ampio?”. Cecchettin si è poi soffermato sul linguaggio: “Patriarcato è un termine per molti duro da digerire. Eppure, anche se spesso non è così evidente, esiste. Vi invito a fare un blog sul tema, vi renderete conto di quante manifestazioni di patriarcato si infiltrano nella nostra società e nella vita quotidiana”.

Quanto a quello che accade nel resto del mondo, il papà di Giulia è stato tranchant: “Il modello trumpiano e di tutti i leader che propagandano l’icona del maschio alfa, è destinato a fallire come tutti i totalitarismi. Non è sostenibile inculcare l’odio e sbandierare la misoginia”. Un ultimo pensiero per Giulia e per i suoi figli, Elena e Davide: “Da ognuno di loro ho imparato tanto, in particolare a lasciare andare, ad aiutare il prossimo, a riconoscere le emozioni. Dovremmo partire tutti dall’amore per abbattere gli stereotipi”.

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