Fabrizio Gifuni: “Il teatro è il luogo dove la letteratura e la poesia fanno meno paura”

Il teatro? Il luogo dove la letteratura e il teatro fanno meno paura. Una delle cose che assomiglia di più alla felicità. Parla con gli occhi e con il corpo e sembra di vederlo muoversi sulle tavole di legno del palcoscenico mentre riammaglia ricordi personali e professionali, ripercorrendo le tappe di una carriera fatta di successi e figlia di una determinazione abnorme. Fabrizio Gifuni torna a Giffoni dopo dodici anni per incontrare un pubblico attento ed appassionato, quello dei juror. Il mestiere dell’attore è al centro del dibattito: “Quando ti capita di affrontare quelli che chiamo i fantasmi del passato, cioè personaggi realmente esistiti come Basaglia, Moro, Comencini, Tortora, la prima fase, per quello che mi riguarda, è quella dello studio. Si tratta di persone che non hanno vissuto in un tempo sospeso, ma in una fascia ben determinata e così inizio a comprendere il contesto storico, sociale, culturale, familiare. Man mano la mia attenzione si stringe su personaggio e mi trasformo in una figura simile al giornalista d’inchiesta o allo storico, perché leggo, ascolto e vedo tutto quello che riguarda quell’uomo per entrare nella sua vita. E’ un vero e proprio lavoro di immersione – racconta – Questo non significa restare schiacciato da una mole di dati, l’obiettivo non è replicare, ma lasciare sempre uno spazio per l’immaginazione. Diciamo che è un processo di maturazione che può portare a un cambiamento profondo del mio corpo e della mia voce. Quando si interpreta un personaggio di fantasia è diverso, ma c’è anche una terza opzione, come mi è capitato con Nino de L’amica geniale. Per il mondo dei lettori che lo amavano o lo odiavano era una figura reale, quasi un conoscente”. Il suo sogno? “Mi piacerebbe fare pace con tutti i miei personaggi. Quando finiscono le riprese di un film pagherei il regista per rifare tutto daccapo: avverto un forte senso di frustrazione nel comprendere solo dopo che avrei potuto risolvere delle scene diversamente. Sono un perfezionista e questo ha degli aspetti positivi, perché come diceva Beckett è una ricerca costante per fallire sempre meglio, ma anche negativi”. Tante le domande dei giffoner su Esterno notte: “E’ stata una strana avventura, perché non è facile incontrare in più occasioni lo stesso personaggio, Aldo Moro. Prima con Marco Tullio Giordana, poi con la lettura a cui mi invitò Nicola Lagioia al Salone del Libro di Torino, poi con Marco Bellocchio e a teatro. Ecco, con Esterno notte quel processo di maturazione di cui parlavo prima si era già ampiamente avviato”.

Il suo personalissimo Icaro, icona di #Giffoni56 è stato il laboratorio di teatro seguito a quindici anni al liceo. In Romeo e Giulietta interpretava Mercuzio, “un personaggio pieno di fantasia e di immaginazione”. A fine spettacolo, a sipario calato e applausi ricevuti, “pensai che quella era la cosa più vicina alla felicità”. Allora, sottolinea, “era da folli immaginare questo tipo di carriera se non si era figli di un attore o di un regista. Oggi le cose sono cambiate. La precarietà è ovunque, in tutti i mestieri, quindi tanto vale rischiare per inseguire i propri sogni. Di Icaro mi piace il coraggio e la sfida e su questo vi invito a riflettere per il vostro futuro”. In Italia le scuole specializzate ci sono “e sarebbero autolesioniste a non scommettere sui talenti”, anche se il sistema Paese ha il demerito di cancellare la sua memoria e di far evaporare alcune icone. Su tutte Orazio Costa, “che ha formato attori come Gianmaria Volontà, Carmelo Bene, Monica Vitti. Persone diversissime tra loro che hanno seguito la sua lezione che non aveva nulla a che vedere con uno stampino”. La metafora migliore è quella della valigia dell’attore: più strumenti hai, più sei in grado di affrontare le sfide che l’esistenza ti pone. E per avvicinare i giovani alla letteratura e alla poesia, che molti guardano con sospetto, è ancora una volta il teatro il luogo per eccellenza. “Qui tutto fa meno paura – racconta a chi gli chiede del suo spettacolo su Gadda – Molti dopo avermi visto in scena si sono appassionati alla sua scrittura che è particolarmente complessa. E lo sapete perché? Perché la scrittura viene dal corpo e solo dopo si deposita occasionalmente su un foglio per poi staccarsene e diventare parte del corpo dell’attore che non è mai disgiunto da quelli degli spettatori, parte fondamentale e integrante di ogni lavoro”.

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