Egidia Beretta Arrigoni: “Vittorio era un partigiano, stava dalla parte dei diritti”

Madre del giornalista ucciso a Gaza nel 2011: “Se non c’è la giustizia la pace è effimera”.

 

“Mi ha molto emozionata il vostro invito. Venire da voi, qui a Giffoni, mi ha dato una spinta in più per affrontare questo lunghissimo viaggio nonostante queste mie gambe ormai traballanti”. Egidia Beretta Arrigoni, nell’incontro con i giffoner di Impact!, fa rivivere il messaggio e la testimonianza di suo figlio Vittorio, giornalista e scrittore rapito e ucciso a Gaza nel 2011. “Vittorio non ha avuto timore di parlare, soprattutto di scrivere e di filmare. Penso che è in questo modo che si possa rompere questo silenzio assordante”. 

La riflessione con i ragazzi è un intrecciarsi di passato e presente, di ricordo e di testimonianza. “Vittorio è conosciuto soprattutto come Vittorio della Palestina. Ma il suo è stato un lungo percorso, anche interiore. Si chiedeva perché era venuto al mondo, era il suo assillo. E si è messo alla ricerca di questa strada che non sapeva dove lo avrebbe portato”. L’incontro con la Palestina è avvenuto quando aveva 27 anni, dopo anni di viaggi con finalità umanitarie in diversi altri luoghi. Vittorio Arrigoni si lega alla Palestina quando, dai racconti dei ragazzi palestinesi, si rende conto della reale situazione. “Lui non ci credeva, perché in Italia non arrivavano certe informazioni. Ha iniziato così ad attaccarsi a quel popolo e ci è tornato altre volte. E più tornava più si rendeva conto che era la sua vita”. E ancora: “Vittorio era un partigiano perché aveva scelto una parte. Stare dalla parte dei diritti, quando ci sono diritti calpestati e violati, è una cosa di famiglia”.

Egidia Beretta Arrigoni ricorda i maestri di suo figlio, ovvero Martin Luther King, Nelson Mandela, Mahatma Ghandi. E racconta: “Vittorio aveva la passione per la lettura e quindi anche la capacità e la passione per la scrittura. Quando gli è stato chiesto da ‘il manifesto’ di raccontare ciò che altri non raccontavano, perché anche allora Israele non lasciava entrare a Gaza giornalisti né tv, si è reso conto che il suo servizio doveva tramutarsi in scrittura. La sua testimonianza è quella di non chiudere gli occhi e le orecchie perché Gaza è vicina del Mediterraneo, dell’Europa”. Beretta Arrigoni ricorda la riposta che il figlio diede a una giornalista che lo intervistò a Il Cairo sul modo di raccontare le cose: “Niente trucchi da quattro soldi: dillo chiaro, dillo vero, dillo subito. Ed è quello che Vittorio ha fatto”.

Il discorso tocca inevitabilmente il presente: “Dopo quello che è successo a ottobre, sembra che tutti siano diventati esperti di Palestina – dice – Ascolto alcuni dibattiti in tv e a volte mi piglia la rabbia: sento parlare persone schieratissime da una parte senza provare neanche a conoscere la storia della Palestina. Se vuoi conoscere la Palestina devi conoscerne tutta la storia, e non è facile perché bisogna leggere e studiare, che è quello che Vittorio faceva. Lui approfondiva gli argomenti, era credibile perché le sue parole nascevano dall’esperienza diretta ma anche dalla profonda conoscenza di quello che c’era. E, secondo me, oggi questo manca”. 

Non manca una riflessione sulla pace: “A Vittorio il termine pacifista stava molto stretto. Lui si riteneva un operatore di pace che opera per la giustizia. In casa si diceva sempre che se non c’è la giustizia le paci sono effimere”. Il discorso “vale per la Palestina ma vale anche per le altre guerre – aggiunge – Per me adesso è difficile parlare di pace e intravedere una possibilità di pace. Per la pace subito non ci sono le condizioni e la pace a tutti i costi è effimera. La pace – spiega Egidia Beretta Arrigoni – deve nascere dalla ricerca della giustizia”. E, parlando del conflitto israelo-palestinese, precisa: “Il popolo palestinese ha diritto alla stessa dignità e alla stessa giustizia degli altri popoli, non è un popolo secondario”. E ricorda il pensiero del figlio: “Vittorio diceva: ‘Come fa il popolo palestinese a sedersi a un tavolo di pace con una pistola fumante puntata alla testa?’. La pistola era ed è l’occupazione della Palestina. Una pace solo di facciata per me non ha nessun valore: al popolo palestinese deve essere riconosciuta la sua dignità, l’integrità del suo territorio”.

La riflessione conclusiva è sul rapporto delle istituzioni con la questione della Palestina: “Ci dovrebbe essere una presa di posizione da parte delle istituzioni – afferma – In Italia, secondo me, c’è timore di offendere l’amico Israele. A parte scambi economici e vendita di armi a Israele che sono continuati anche dopo lo scorso ottobre, credo che la storia sia più antica, credo che risalga al fascismo e alle leggi razziali. Credo che l’Italia abbia ancora la coda di paglia rispetto a quegli eventi”.

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