Don Gennaro Matino a Giffoni: «La Chiesa non è un museo. Abbiamo bisogno del coraggio di cambiare»

Il teologo e pro vicario della Chiesa di Napoli incontra i ragazzi di Impact in Sala Verde. Un confronto aperto su fede e religione, scuola, crisi della Chiesa, intelligenza artificiale e libertà di pensiero: «L’impossibile non è ciò che non si può fare, ma una sfida».

Nessuna risposta precostituita e nessun tentativo di sottrarsi alle domande, è stato un confronto aperto e diretto quello tra don Gennaro Matino, teologo e pro vicario della Chiesa di Napoli, e i ragazzi di Impact, protagonisti dell’incontro in Sala Verde a #Giffoni56.

Un dialogo nel quale Matino ha mostrato la solidità delle proprie convinzioni insieme alla disponibilità a interrogarsi sulle ragioni di chi crede, di chi dubita e di chi ha smesso di riconoscersi nella religione. Perché, nella sua visione, il dubbio non è necessariamente un ostacolo: può diventare terreno di confronto e occasione di crescita.

Uno dei temi sollevati dai ragazzi ha riguardato l’insegnamento della religione cattolica nella scuola. Matino non ha nascosto la necessità di ripensarlo. «Tutte le materie vanno riformate e forse quella della religione cattolica un po’ di più», ha spiegato, osservando come il numero crescente di studenti che scelgono di non avvalersene rappresenti un dato sul quale interrogarsi. La soluzione, tuttavia, non può essere semplicemente la sua sostituzione con la storia delle religioni. L’obiettivo dovrebbe essere piuttosto quello di costruire un insegnamento più aperto, capace di mettere il cristianesimo in relazione con la cultura contemporanea e con le altre esperienze religiose.

Matino ha raccontato di aver cercato questo confronto per tutta la vita, anche fuori dai confini della propria fede: dai libri scritti con Erri De Luca al lungo dialogo con il filosofo Aldo Masullo, fino agli anni trascorsi in India e all’incontro con culture e religioni differenti. «Mi sono sempre arricchito del dialogo nella differenza», ha spiegato. E proprio da qui nasce l’idea di una formazione religiosa che sappia parlare di giustizia, pace, accoglienza e libertà, senza rinunciare alla propria identità.

Il confronto si è quindi allargato alla crisi della Chiesa. Matino non l’ha negata, ma ha invitato a non confonderla con la fine della dimensione spirituale: «Esiste una Chiesa in crisi, ma resiste ancora una Chiesa viva». Dal Concilio Vaticano II alle novità introdotte da Papa Francesco, la Chiesa ha attraversato grandi trasformazioni e oggi, secondo il teologo, è chiamata ancora una volta a misurarsi con le domande del proprio tempo. «La Chiesa non è un museo»: deve essere un luogo dal quale le persone possano uscire con un cuore rinnovato.

E se tanti giovani oggi faticano a riconoscersi nella religione, Matino ha offerto una lettura tutt’altro che difensiva: «Se molti dicono di non credere è perché sulla loro strada hanno trovato dei credenti sbagliati». La credibilità della fede, dunque, passa innanzitutto dalla testimonianza e dalla capacità di mettere in pratica quella «regola dell’amore» che supera appartenenze e confessioni.

Il dialogo con i ragazzi ha toccato anche il dolore e una delle domande più difficili per chi crede: dov’è Dio davanti alla sofferenza? Matino ha ricordato un episodio vissuto da giovanissimo sacerdote, quando fu chiamato nella casa di una bambina morta di difterite. Di fronte alla disperazione della madre comprese quanto possa essere insufficiente una fede ridotta a formule e risposte. «Non si giudica e non si condanna», ha ribadito. E soprattutto ha preso le distanze dall’immagine di un Dio punitivo: il Dio nel quale crede è il Dio dell’amore.

Non è mancato il riferimento all’attualità internazionale. Matino ha denunciato il rischio di abituarsi a ciò che normale non è: guerre, violenza, un Mediterraneo trasformato in «una bara», l’aggressività dei linguaggi e l’indifferenza verso i più fragili. Ai ragazzi ha affidato invece una parola apparentemente semplice: gentilezza. Non galateo o buone maniere, ma disponibilità «di mente e di cuore» ad accogliere l’altro per ciò che è.

È qui che il confronto ha incontrato direttamente il tema della 56esima edizione di Giffoni. Per Matino, di fronte a qualcosa che non condividiamo esistono due possibilità: abbandonare oppure impegnarsi per cambiarla.

«Quando si usa il termine impossibile si pensa quasi a dire: non si può fare. Io invece uso il termine impossibile come sfida, come possibilità dell’impossibile, come i sogni». Una visione che riguarda anche la Chiesa e la necessità di trasformarla dall’interno: mettere in discussione ciò che appare sbagliato non significa necessariamente allontanarsene, ma può voler dire assumersi la responsabilità di provare a cambiarlo.

Spazio anche all’intelligenza artificiale, accolta senza pregiudizi. Tutto ciò che la scienza offre, ha osservato Matino, può essere uno strumento utile, anche nello studio e nella ricerca. A una condizione: che l’uomo non scompaia dietro l’algoritmo. «Alla fine ci dovete essere voi. Se non ci siete voi, quello che esce fuori resta imbrigliato nei fili dell’algoritmo». Perché, ha ricordato citando ciò che ripete ai suoi studenti di teologia, non comunichiamo soltanto attraverso ciò che sappiamo, ma soprattutto attraverso ciò che siamo.

E proprio una domanda, forse la più antica e universale, ha accompagnato la parte finale dell’incontro: qual è il destino dell’uomo? Si può essere felici?

Da credente, Matino non ha rinunciato alla sua risposta: sì, si può essere felici. E Giffoni, nato dall’intuizione di un giovane visionario e diventato ciò che è oggi, rappresenta in qualche modo la dimostrazione di quanto una passione possa trasformarsi in un percorso di gioia condivisa.

A chiudere l’incontro è stato Claudio Gubitosi, che ha riportato il ragionamento alla storia stessa di Giffoni: «Questo è un luogo dove la felicità te la prendi e la porti agli altri». Una missione che ha definito «laica ma religiosa», vissuta negli anni anche attraverso la propria testimonianza di credente, cristiano e cattolico.

 

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