Antonino Bartuccio ai ragazzi di #Impact: «Non ho fatto qualcosa di straordinario, ho solo compiuto il mio dovere»

«Non aspettatevi che io voglia essere considerato un eroe. Non ho fatto niente di straordinario, ho fatto solo ed esclusivamente il mio dovere». Con queste parole Antonino Bartuccio, ex sindaco di Rizziconi, ha raccontato ai ragazzi di Impact la sua esperienza di amministratore che ha scelto di denunciare la ‘ndrangheta. Bartuccio ha ripercorso gli anni della sua amministrazione, sottolineando come le denunce contro la criminalità organizzata siano state presentate immediatamente, quando era ancora sindaco, e non dopo la caduta della giunta. «La mia amministrazione è durata appena 367 giorni, ma non perché mi sia dimesso: non lo avrei mai fatto. È stata la ‘ndrangheta a costringere alcuni consiglieri comunali alle dimissioni, facendo cadere l’amministrazione. Questo è stato poi accertato anche nei procedimenti giudiziari nati proprio dalle mie denunce».

L’ex primo cittadino ha ricordato un momento rimasto impresso nella sua memoria: il 4 giugno 2014, alle 5.45 del mattino, quando la polizia bussò alla porta della sua abitazione. Ad accoglierli c’era il dirigente che aveva raccolto tutte le sue denunce. «Mi disse una frase che non dimenticherò mai: “La giustizia è lenta, ma inesorabile”. Quella notte erano stati arrestati sedici presunti appartenenti alla ‘ndrangheta, tra cui il boss Teodoro Crea, il cui nome nel paese “non veniva nemmeno pronunciato per la paura”.

Da quel giorno, ha spiegato Bartuccio, la sua vita e quella della sua famiglia sono cambiate radicalmente. «Viviamo sotto scorta da anni. Non solo io, ma anche mia moglie Mariagrazia, i miei figli Francesco e Adriana, i miei genitori e, successivamente, anche mia sorella». La parte più difficile, ha raccontato, è stata spiegare ai figli adolescenti che non avrebbero più avuto una vita normale. «Loro hanno accettato questa condizione con una dignità straordinaria, ma all’inizio abbiamo vissuto un isolamento totale». L’ex sindaco ha descritto il clima di paura che si respirava nel paese. «Perfino quando andavamo a messa, la gente usciva dalle navate laterali pur di non incontrarci. Avevano paura anche solo di salutarci». Oggi, davanti alla sua abitazione e a quella dei suoi genitori, è presente un presidio permanente dell’Esercito italiano, 24 ore su 24. «Le istituzioni hanno voluto dimostrare che questa volta non avrebbe vinto la ‘ndrangheta e che lo Stato è più forte della criminalità organizzata».

Nel suo intervento Bartuccio ha voluto però raccontare anche una storia di cambiamento. Ha ricordato la battaglia per intitolare la scuola elementare di Rizziconi a Francesco Maria Inzitari, il ragazzo ucciso nel 2009 dalla criminalità organizzata. La proposta venne respinta dal consiglio d’istituto dopo un voto a scrutinio segreto richiesto da uno dei componenti.

«Sembrava una sconfitta», ha raccontato, «ma l’amministrazione comunale successiva trovò comunque il modo di lasciare un segno». La strada davanti all’edificio scolastico fu infatti intitolata a Francesco Maria Inzitari, con una grande targa che ricorda la giovane vittima della criminalità organizzata. «È la dimostrazione che le cose possono cambiare quando si sceglie di non restare in silenzio». Proprio il silenzio è stato il tema conclusivo del suo messaggio ai ragazzi di #Giffoni56. «Quando saremo in pochi a denunciare e in tanti a tacere, il pericolo continuerà a esistere. Quando invece saremo tantissimi a denunciare le ingiustizie, l’arroganza e la tracotanza di questi signori ai quali non dobbiamo nulla, allora sarà quello il modo per cambiare davvero le cose. Mi auguro che un giorno non ci sarà più bisogno della scorta armata perché ci sarà un esercito di ragazzi come voi a proteggerci, semplicemente facendo il proprio dovere».

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