TIRRENICA: L’IMMOBILISMO DEL SUD RACCONTATO DA ROSARIO MINERVINI

A #Giffoni56 arriva Tirrenica, opera prima del regista italiano Rosario Minervini, una coproduzione Italia-Spagna che racconta le comunità ai margini dell’autostrada Salerno–Reggio Calabria.

Il Festival di Giffoni è una realtà ben nota al regista: «Quando ero piccolo ho immaginato tante volte di salire sul palco della Sala Truffaut. Sono molto contento di avere la possibilità di mostrare il film qui, perché siamo nel Sud Italia e perché qui mi sento a casa».

Proprio al Festival Minervini riconosce anche il merito di averlo indirizzato verso la regia: «Da piccolo vivevo per la maggior parte del tempo con mio nonno e prendevo in prestito molti VHS di mio zio. Quando ho conosciuto Giffoni ho capito che si poteva fare, che quello che vedevo potevo farlo anch’io».

Tornando al film, il regista rivela la metafora, oltre alla componente autobiografica, che ha guidato la scelta dell’insolita ambientazione: «Io sono di Salerno, mia madre è calabrese. La Salerno–Reggio Calabria è sempre stata un incubo. L’autostrada è una scusa per parlare del Sud, di sessant’anni di assenza dello Stato italiano. Noi qui funzioniamo perché funziona la collettività, non perché funziona lo Stato».

Una collettività che, però, sembra svanire poco alla volta. Ciò che emerge dalla visione è infatti un forte senso di isolamento, che Minervini spiega così: «L’isolamento non è una cosa che ho cercato, è una cosa che ho trovato. Siamo diventati ancora più soli, le comunità sono ancora più svuotate».

Alle provocatorie domande sulla responsabilità dei cittadini, il regista risponde: «Io critico anche la nostra cultura, ma la classe dirigente sfrutta le nostre mancanze. Se tu hai fame, di chi è la colpa?».

Nel corso dell’incontro si è parlato anche del rapporto con il materiale d’archivio, fondamentale per la costruzione del film: «Volevo fare un film di osservazione pura, ma non sarei riuscito a raccontare ciò che volevo: un confronto tra passato e presente. Nell’archivio ho visto un’Italia molto simile a quella che sto vivendo».

«Penso che sia possibile costruire qualcosa. Siamo un grande popolo, ma ci vogliono sempre più disuniti»: questo il parere del regista sulle prospettive future del Mezzogiorno.

Qualche accenno, infine, anche ai suoi prossimi progetti: «Sto scrivendo un film di finzione ambientato nelle comunità limitrofe di Salerno. Voglio raccontare come la violenza sia una questione di opportunità e come questa venga tramandata».

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