Verità, giustizia, memoria: Giffoni incontra (e abbraccia) la famiglia Regeni

Non c’è rumore nella Sala Verde quando si riaccendono le luci. Per qualche istante c’è soltanto il silenzio di chi ha appena rivissuto una storia che continua a interrogare il presente. Poi arriva l’applauso dei giffoner della sezione Impact di #Giffoni56. Sullo schermo è appena terminato il documentario che ricostruisce il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano trovato senza vita alle porte del Cairo il 3 febbraio 2016. Pochi istanti dopo il racconto prosegue. Da remoto si collegano Claudio Regeni, Paola Deffendi e l’avvocata Alessandra Ballerini, impossibilitati a raggiungere la Cittadella del Cinema perché impegnati nel processo in corso a Roma contro quattro agenti della National Security egiziana. La sentenza è attesa il 28 settembre. «È stato un percorso lungo e difficile, emotivamente e fisicamente» racconta Claudio Regeni. «Siamo arrivati fin qui anche se in pochissimi ci credevano. Noi, però, non abbiamo mai smesso di crederci». Paola Deffendi, la madre di Giulio, sposta lo sguardo oltre l’aula del tribunale: «Ci auguriamo un’Italia vigile, migliore. Molto dipenderà dalla sentenza ma siamo fiduciosi. I diritti umani appartengono a tutti».  Il caso Regeni diventa presto il punto di partenza per una riflessione più ampia. L’avvocata Alessandra Ballerini ricostruisce alcuni dei passaggi che hanno rallentato il procedimento e il clima di timore avvertito anche da alcuni consulenti. Poi dilata la riflessione: «Ci aspettiamo un’Italia più consapevole. Non soltanto rispetto alle violazioni dei diritti umani in Egitto ma ovunque accadano senza che vi sia giustizia. Perché quando questo succede nessuno è davvero al sicuro». Tra i passaggi più intensi dell’incontro c’è quello dedicato alla responsabilità individuale. Che interroga direttamente le coscienze. «Giulio è stato vittima anche dei tradimenti di persone che gli erano vicine» osserva Ballerini. «Per paura o per interesse hanno scelto di voltarsi dall’altra parte. Questa storia ci insegna che ciascuno di noi è chiamato a scegliere da che parte stare».
Il dialogo si sposta poi sul ruolo dello Stato italiano. I genitori di Giulio chiedono «comportamenti dignitosi, coerenza e rispetto» nei rapporti con quei Paesi che pretendono l’impunità dopo gravi violazioni dei diritti umani. Dopo dieci anni di battaglia anche la parola “giustizia” ha assunto per la famiglia Regeni un significato diverso. «Per noi oggi è una parola sospesa» spiegano Claudio Regeni e Paola Deffendi. «Giustizia significa ricostruire con precisione la verità dei fatti e restituire dignità a nostro figlio. Era un ricercatore universitario, non una spia. Un uomo che viveva con l’entusiasmo della passione il proprio lavoro».

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