Una corsa verso la libertà: “L’Afide e la formica” conquista i giffoner di Italia Experience Polonia

L’iniziativa è cofinanziata dal Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo

Rappresentare uno spaccato di umanità nel quale ci ritroviamo tutti: noi alle prese con il nostro passato, con le nostre ferite, con il dolore, con la volontà di superare i limiti, con la nostra disperazione e la nostra speranza, con la nostra sete di giustizia, con il nostro bisogno mai pienamente appagato di comprensione e di amore. È questo che ha fatto “L’afide e la formica”, primo lungometraggio del regista calabrese Mario Vitale, presentato questa mattina a Italia Experience in Polonia,  l’iniziativa di Giffoni, cofinanziata dal Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo.

Una città del Sud Italia, al centro della Calabria, emblema delle contraddizioni e dei conflitti di tutti i Sud del mondo: la rassegnazione e il coraggio, la sconfitta e la forza di rialzarsi, la sopraffazione e il riscatto, il “si è fatto sempre così” e l’audacia di sognare una vita diversa. Un film che affronta il tema dell’integrazione e dei rapporti tra culture diverse senza mai banalizzare.

«Correre vuol dire scappare», dice ai suoi studenti il professore di educazione fisica Michele Scimone, interpretato da Beppe Fiorello. “Un bisogno di scappare che lega tra di loro i personaggi della storia – commenta Michael, 15 anni – il protagonista vuole fuggire da un passato segnato dal dolore estremo di un padre che vede morire ammazzato il proprio figlio, vuole correre via dai troppi silenzi. Fatima, nata da genitori musulmani, vuole scappare da una madre che non le consente di vivere come vorrebbe. E, a sua volta, la mamma della ragazza vuole scappare dalla realtà, che si ostina a negare, di un marito che non tornerà più a casa, nonostante lei continui a sperare attaccata alla cornetta di un telefono. Anna vuole fuggire dal tentativo di recuperare un minimo di relazione con Michele, perché sa bene che ciò significherebbe riaprire una ferita aperta“.

La corsa, quindi, non è più scappare da se stessi, dai problemi e dai drammi e del passato, ma è esercizio interiore che fa superare i limiti, ci aiuta a guardare prioritariamente dentro di noi senza pensare a cosa dicono o fanno gli altri, allena cuore, mente e respiro per raggiungere traguardi che richiedono salite e discese e poi di nuovo salite. Una corsa che non è mai solitaria o animata dalla pretesa dell’autosufficienza: proprio come gli afidi e le formiche, sentiamo l’esigenza di prenderci cura gli uni degli altri, non nella logica della dipendenza ma del bisogno naturale di reciprocità, che ci contraddistingue come esseri umani, come comunità. Quelle scarpette che per anni per Michele hanno rappresentato il simbolo di un passato di dolore e di violenza, sono lanciate verso l’alto, segno di una libertà riconquistata perché ha avuto il coraggio di fare i conti e affrontare il passato. Fatima corre, nella scena finale, senza più il velo a coprire i capelli, per una sua libera scelta: non un’imposizione del professore, non una “concessione” della madre. Fatima e Michele corrono perché correre significa scappare dall’immobilismo di un destino segnato, da un passato che non può cambiare, dal “si è fatto sempre così”. Correre verso quella vita che desideriamo, quella felicità che meritiamo.

Italia Experience - Polonia 22 maggio (19)

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