“Rain Fell on the Nothing New” e il peso di un passato che non smette di inseguire

Prima ancora che una storia sul carcere, “Rain Fell on the Nothing New” di Steffen Goldkamp è un racconto sul difficile diritto a una seconda possibilità. Un tema che si intreccia perfettamente con “le cose impossibili”, filo conduttore della 56ª edizione del #GiffoniFilmFestival: perché, per chi ha sbagliato, l’impresa più ardua è riuscire davvero a ricominciare. Presentato in concorso per i Generator +18, il film segue il percorso di David, appena uscito di prigione. Determinato a ricostruire la propria esistenza, trova posto in un alloggio protetto, un impiego come aiuto cuoco e continua con costanza gli incontri con i servizi sociali. Al suo fianco ci sono la fidanzata Janine e gli amici di sempre, ma il fragile equilibrio conquistato vacilla presto sotto il peso dei debiti, delle vecchie frequentazioni e di una società che sembra incapace di concedere davvero una nuova occasione. Quando perde il lavoro, anche il sogno di un nuovo inizio rischia di sgretolarsi. Al termine della proiezione, il regista, accompagnato dal direttore della fotografia Tom Otte, ha dialogato con i #jurors più grandi, dando vita a un confronto intenso sul valore del fermo-immagine, del silenzio e sul delicato tema del reinserimento sociale. Tra gli interventi più sentiti, quello di Marianna, che ha sottolineato come il ricorso ai lunghi silenzi abbia reso il film ancora più potente: «Ho amato questa scelta perché mi ha aiutato a comprendere le emozioni». Goldkamp ha spiegato che proprio quel linguaggio essenziale nasceva dalla volontà di trasmettere il senso di profonda tristezza che accompagna il protagonista. «L’idea è partita da questo sentimento. Volevo che il pubblico entrasse nelle emozioni di David» – ha spiegato – restituendo poi la domanda alla giurata: «Tu come ti sei sentita da spettatrice?» – trasformando così il dibattito in un autentico momento di condivisione. Samya ha invece posto l’attenzione sul messaggio sociale del film, apprezzando il modo in cui è stato costruito il racconto: «Mi è piaciuto molto lo storytelling. Il passato non ti definisce, ma mi sono chiesta se il carcere sia davvero rieducativo e se la società aiuti davvero chi prova a ricominciare». Un interrogativo che rappresenta il vero tema dell’opera. Goldkamp ha evidenziato come David finisca per confrontarsi continuamente con le aspettative e i giudizi di un mondo che pretende da lui un determinato comportamento, senza offrirgli gli strumenti necessari per costruire una reale alternativa. Anche l’aspetto visivo ha suscitato curiosità. Vincenzo e anche Cassandra hanno appezzato la fotografia e la precisione della narrazione, chiedendo come fosse stato costruito un linguaggio così realistico. La risposta del regista e del direttore della fotografia ha svelato il lungo lavoro di preparazione: per circa due anni hanno frequentato un carcere minorile, vivendo a stretto contatto con i ragazzi detenuti. «Circa l’80% di loro, una volta in libertà, torna a commettere reati. La storia è nata ascoltando le loro esperienze, cercando prima di tutto di comprenderli. Da lì è nata l’esigenza di raccontare questa realtà». In Sala Blu il confronto si è trasformato in una riflessione collettiva sul significato della parola “rieducazione” e sulla responsabilità di una società che spesso fatica ad accogliere chi desidera davvero cambiare. I ragazzi hanno accolto il film con grande attenzione, riconoscendone la capacità di affrontare un tema complesso senza retorica, e lasciando spazio ai dubbi più che alle risposte.

 

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