“One in a Million”, il lungo viaggio alla ricerca di sè

Cosa significa sentirsi a casa quando la propria terra è stata lasciata per sopravvivere? E quanto è difficile costruire un’identità tra due culture, senza rinunciare alle proprie radici? Sono le domande che attraversano “One in a Million”, il documentario di Itab Azzam e Jack Macinnes, presentato nella sezione Gex Doc di #Giffoni56. La protagonista è Israa, che il pubblico incontra quando ha appena undici anni. Insieme alla sua famiglia lascia la Siria, attraversa il Mar Egeo inseguendo la speranza di un futuro sicuro in Europa e cresce in Germania, dove la ricerca di libertà si confronta ogni giorno con il peso delle tradizioni, della nostalgia e delle ferite lasciate dalla guerra. Il documentario accompagna il suo passaggio dall’infanzia all’età adulta, raccontando non solo il dramma dell’esilio, ma anche il percorso universale di una ragazza alla ricerca del proprio posto nel mondo. Al termine della proiezione, la Sala Galileo si è trasformata in uno spazio di confronto autentico. Tante le considerazioni sulle difficoltà che vivono tanti giovani cresciuti tra due culture, sottolineando come l’integrazione sia spesso ostacolata da una società che fatica ad accogliere ciò che è diverso. «Chi arriva in un nuovo Paese deve confrontarsi con tradizioni, religione, lingua, abitudini e cultura completamente differenti. Non è semplice trovare un equilibrio» – è stato osservato durante il dibattito. Le riflessioni si sono allargate al presente, evidenziando come il cambiamento richieda apertura e capacità di costruire ponti. «I tempi cambiano, la cultura evolve e servono strumenti per crescere insieme. Oggi, invece, viviamo in una società molto drastica» – hanno commentato alcuni spettatori, sottolineando quanto il dialogo sia l’unica strada per superare paure e pregiudizi. Tra gli interventi più emozionanti quello di Ashu, da Palermo, con un passato da rifugiato, che ha condiviso un ricordo personale nato proprio dalla visione del film: «Questo documentario mi è piaciuto molto perché mi ha aiutato a vedere le cose dalla prospettiva dei miei genitori. Da piccolo non l’avevo mai presa in considerazione, oggi invece li ringrazio». Parole che hanno dato voce all’esperienza di quanti sono chiamati ogni giorno a costruire un ponte tra passato e futuro. Il documentario lascia infine un messaggio potente: ciò che resiste alle guerre, alle migrazioni e alle distanze è l’affetto autentico. Quando tutto il resto sembra sgretolarsi, sono i legami sani a tenere unite le persone. Non è un caso che Israa scelga di tornare nella sua terra anche per amore, dimostrando che il senso di appartenenza non è mai un luogo soltanto, ma l’insieme delle persone che ci fanno sentire a casa.

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