Marco D’Amore ospite di Filmidea e Giffoni a Unisa: “Non abbiate paura di cadere. I fallimenti sono il termometro delle nostre passioni”. Il 29 esce nelle sale Caracas

Esterno/Giorno. Nuvole. Inizia così la prima pagina della sceneggiatura di “Caracas”, il film scritto, diretto e interpretato da Marco D’Amore, in sala dal 29 febbraio. Un lavoro intenso, con la testa verso il cielo più che con i piedi per terra, alla ricerca di un altrove dove poter ritrovare la proprie identità, senza giudizi, ma correndo sul filo della sfida. “Iniziare dalle nuvole è una sorta di dichiarazione di intenti, dire che non si vuole stare ancorati alla realtà. E’ un incipit che ha a che fare con la caduta, perché il fallimento è parte integrante del diagramma della vita, ma sa darti anche quell’adrenalina necessaria agli strappi, a mettersi in gioco, ad andare oltre i propri limiti, a sfidarsi fino a rompersi l’osso del collo. Quando abbiamo girato questo film abbiamo rischiato di schiantarci, alla fine ce l’abbiamo fatta”. Lo schianto, metaforico, è quello emotivo, che ti porta a puntare dritto al cuore con la sensibilità profonda di chi piuttosto che dare voce alla storia o alle storie, preferisce riuscirci con le fratture. Parola di D’Amore che questa mattina, al campus di Fisciano, in un teatro d’ateneo gremito, ha incontrato tantissimi studenti, compresa una delegazione del liceo salernitano Torquato Tasso, per raccontare la sua ultima produzione.

L’appuntamento rientrava nell’ambito della rassegna Filmidea, di cui quest’anno ricorre il ventennale. Nata da un’idea dei docenti Pietro Cavallo e Pasquale Iaccio, presenti in sala, vede oggi alla guida Mariangela Palmieri e Marcello Ravveduto. Dopo i saluti istituzionali affidati al professore Virgilio D’Antonio, è toccato a Luca Apolito, direttore creativo di Giffoni, partner dell’evento, anticipare la potenza narrativa di uno dei film italiani più attesi.

La mia è un’esperienza desueta – ha spiegato D’Amore – Nutrendo forti ambizioni per il mio mestiere non ho mai voluto misurarmi solo con il ruolo di attore. Fin da ragazzo scrivo e dirigo perché amo la macchina a trecentosessanta gradi. Credo nella grammatica visiva, in un linguaggio sospeso tra il sogno e la realtà e non ho mai voluto arrendermi di fronte al disinnamoramento del pubblico, pur dovendo spesso combattere contro la mancanza di un’industria solida o il tentativo di chi vuole omologarti a tutti i costi. Credo nell’esperienza attiva dello spettatore, che sia la signora ottantenne o un ragazzo come voi e per questo ho scelto di fare questo film che mi ha portato in mondi molto particolari”.

La sua nuova opera, tratta da un romanzo di Ermanno Rea, racconta il rapporto tra lo scrittore napoletano Giordano (Toni Servillo) e Caracas (Marco D’Amore), uomo di estrema destra e prossimo alla conversione all’Islam. Giordano Fonte è un intellettuale che si aggira in una Napoli che inghiotte e terrorizza ma allo stesso tempo affascina, una città che non riconosce più dopo esservi tornato dopo molti anni. Ma non è solo. Con lui c’è Caracas, un uomo alla ricerca di una verità sull’esistenza che non sa trovare. Giordano canta l’amore impossibile tra Caracas e Yasmina attraversando una città dove tutti sperano di non perdersi, di salvarsi. Tutti, anche Caracas e Giordano, sognano di poter aprire gli occhi dopo un incubo e scorgere, dopo il buio della notte, una giornata piena di luce.

L’illuminazione è arrivata dal produttore Luciano Stella. Da tempo aveva acquistato i diritti del libro di Rea, ma non era riuscito a trovare nessuno che riuscisse a farne una sceneggiatura. In effetti è stato un lavoro complesso – ha sottolineato D’Amore – perché non ci sono azioni e non c’è una vera e propria storia. Ma alla fine capita che l’intuizione ti arrivi da una frase e così spero di aver realizzato un film in cui lo spettatore si senta egli stesso personaggio”. Un esercizio di scavo complesso, reso possibile dai forti trascorsi teatrali di D’Amore che ai ragazzi ha citato l’Amleto shakespeariano e l’Antigone di Sofocle, ma anche la visionarietà di Lynch e la perfezione stilistica di Scorsese. “La mia è stata una vita di scelte radicali Vengo dal palcoscenico, quindi per il cinema sono un outsider. Ho fatto sempre scelte molto intransigenti – ha detto – e ho capito che questo è un mestiere dove non conta solo il talento. Ho bisogno della fragilità delle cose e gli esseri umani che racconto in Caracas sono pieni di ferite. Come me, come voi. Non dobbiamo avere paura. La paura è un motore, come la caduta, serve a misurare il termometro delle nostre passioni”.

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