Erri De Luca

“INDISPENSABILE? È DARSI UNA MANO IN QUESTO NOSTRO TEMPO”: ERRI DE LUCA RACOCNTA ALLA IMPACT! LA GENESI DELL’IMMAGINE DI #GIFFONI53

“Cos’è indispensabile? È darsi una mano in questo nostro tempo”. Viene fuori da questa considerazione l’idea dell’immagine del #Giffoni53. Un’immagine ideata da Erri De Luca e realizzata in collaborazione con Luca Apolito, direttore creativo di Giffoni.

“Cos’è indispensabile? È darsi una mano in questo nostro tempo”. Viene fuori da questa considerazione l’idea dell’immagine del #Giffoni53. Un’immagine ideata da Erri De Luca e realizzata in collaborazione con Luca Apolito, direttore creativo di Giffoni. È Claudio Gubitosi, fondatore e direttore del Giffoni Film Festival, a raccontare i retroscena della nascita dell’immagine. Dalla telefonata a De Luca alla sua rapidissima risposta. “È stata una reazione immediata”, racconta ai giffoners della Impact! lo scrittore napoletano, a Giffoni per il terzo anno consecutivo, accompagnato da Paola Borrini Bisson. Ma, più che da una intuizione, alla base c’è una certa “pigrizia – confessa – se mi viene un’idea, non aspetto che me ne venga una seconda. Insomma, buona la prima. Poi Luca Apolito ha trasformato l’idea in questa immagine. E più la guardo e più mi sembra una mano che si fa leggere. Una mano, cioè, che legge il futuro”. E continua: “La mano ha cinque dita quanti sono i sensi”. Così, a ogni senso è associata una parola: la vista al cinema, l’udito alla voce umana, l’odorato alla terra, il gusto al pane, il tatto alla carezza.

Nel corso della lunga chiacchierata, De Luca spiega alcune delle associazioni. “La terra, che è in gran parte non urbana, profuma, cambia continuamente la sua pelle, il suo odore. La terra, ma anche il mare, hanno un odore. In generale, la superficie ha un odore. Anche la roccia ce l’ha. Il naso per me è la sede della memoria, sono gli odori che mi fanno ricordare, che mi fanno risalire a qualcosa di prima”. Quanto al gusto, “è quello del pane perché il pane è parte dell’indispensabile. È quello che la comunità umana deve garantire a chiunque. La peggiore mortificazione del corpo umano è stata la fame. La fame mortifica il corpo ma anche l’anima, ad esempio l’anima del genitore che non può dare da mangiare al figlio. Ognuno ha una piccola responsabilità nei confronti del pane altrui. La più bella distribuzione di cibo è scritta nel libro dell’Esodo, la distribuzione della manna nel deserto”.

Lo scrittore si sofferma anche sul concetto di indispensabile: “indispensabile è qualcosa che sentiamo di dover fare, alla quale non ci possiamo sottrarre. Quando è scoppiata la guerra in Ucraina, e quindi la guerra è scoppiata in Europa attraverso una disgraziatissima invasione – racconta – con un amico abbiamo acquistato un furgone usato e siamo andati lì, nei posti in cui ci veniva chiesto questo piccolo aiuto. Una goccia nel deserto, sì, ma nessuna goccia nel deserto va sprecata. Abbiamo iniziato a fare andirivieni perché sentivamo che eravamo indispensabili. Finora ho fatto dodici viaggi in Ucraina, e io la considero una cosa indispensabile. Questo è l’indispensabile: il compito che improvvisamente ti arriva e che non hai cercato. Ti si presenta davanti in modo brusco e improvviso e dici ‘lo faccio’. Non sei libero di sottrartene”.

Sollecitato dai ragazzi, Erri De Luca parla del suo mestiere di scrivere e della “incoscienza della comunicazione. Perché scrivere non è comunicare – dice – è qualcosa che ha a che vedere con la propria intimità. Incoscienza della comunicazione è anche quando parlo. Quando mi assegnano un tema vado sempre fuori tema. Anche a scuola facevo così. Dunque, io mi posso considerare un incosciente della comunicazione”. E rivela: “ho scritto tante storie ma non accumulo esperienza. Ogni volta, di fronte a una storia sono completamente principiante. Sono incapace di accumulare esperienza. Mi improvviso scrittore ogni volta che scrivo una storia”. De Luca racconta di quando sia stata per lui “indispensabile la scrittura, così la lettura”, in quanto erano “il modo migliore per tenermi compagnia, perché ero chiuso, isolato. Mi sono trovato a crescere in un appartamento pieno di libri, dentro quei libri ho trovato lentamente il modo migliore per avere a che fare con me stesso”.

Diverse le considerazioni sull’attualità, a iniziare dall’astensione dalla partecipazione elettorale: “credo – spiega – che dipenda da una matura consapevolezza di non avere rappresentanti delle vere istanze che stanno a cuore alle persone. Ma immagino questo tempo come un tempo di attesa, attesa che spunti una nuova rappresentanza, che non può non arrivare dal basso. Voi – dice ai giffoner della Impact! – per me siete già una risposta. È la vostra voce che è destinata a trasformare questa società. Voi siete pochi, e i pochi non hanno la massa critica per spostare, ma voi avete la profezia”. E, a proposito di giovani, aggiunge: “questo è un tempo in cui la gioventù sente che il futuro è una faccenda che non riguarda solo la propria realizzazione, ma il futuro del pianeta. Questa gioventù ha un sentimento di coincidenza tra il proprio futuro e quello del resto del mondo. Come sviluppa questo sentimento? Con capacità profetiche e visionarie. Da sola? Sì, ma può avere qualcosa in comune con un anziano come me. A me anziano piace immaginare come sarà il futuro senza di me. Abbiamo possibilità di incidere? Per ora no perché non c’è massa critica sufficiente”.

Non manca una riflessione sulla vita e sul suo “rinnovarsi continuamente. In questo procedere a oltranza, l’esperienza a noi precedente non ha importanza. Non è vero che la storia è maestra di vita, se lo fosse noi saremmo i peggiori allievi perché ripetiamo continuamente gli stessi errori”. Invece, ciò che accade “è il fatto che si precisa il linguaggio su come devo riferire il mio tempo e le cose che succedono. L’esperienza non mi permette di essere più bravo ad agire ma più preciso a raccontare”, afferma. Tant’è vero che, pensando al mondo che sarà, “immagino – dice – che sarà fatto di piccole comunità autosufficienti, che non avranno bisogno di poteri centrali, che saranno in comunicazione tra loro ma governate su piccola base. Il sentimento con cui guarderanno al passato, cioè a noi che abbiamo prodotto il logorio del pianeta che li costringerà a quelle formule, sarà di considerarci come antenati traditori della specie umana”.

Il messaggio finale, però, è di speranza. Speranza che nasce dal valorizzare il tempo dell’attesa (“non considero perduto nessun tempo di attesa”) e pure quello della perdita (“l’idea della perdita è fertile per me, non è una roba sprecata”). Soprattutto, di speranza che nasce dal non tirarsi indietro mai: “ogni volta, di fonte a una nuova esperienza, il mio sentimento è di essere sgomento. Di non essere all’altezza. Però non posso non provare a dare la mia risposta. Così, dopo mi rimane la consapevolezza di aver avuto quel poco di coraggio per non tirarmi indietro”.

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