De Laurentiis: “Sistema calcio in Italia è fallimentare, bisogna riformarlo. Il rischio è l’implosione”

Il patron del Napoli ad Impact: “Cambiato il sentimento della città verso la squadra. Oggi c’è un grande attaccamento alla maglia”. Il nuovo stadio? Tra tre anni. Il cinema in Italia? Una crisi ormai collaudata

Aurelio De Laurentiis, l’imprenditore. Dal cinema al calcio andata e ritorno. La sua esperienza professionale che diventa anche umana. Il suo arrivo a Napoli – la città dove vorrei vivere per sempre, altro che il mignottaggio dubaiano – come è cambiato il calcio in questi venti anni, come realizzare i propri sogni senza arrendersi, avendo il coraggio di fare scelte. Anche controcorrente.

Il patron del Napoli calcio incontra i ragazzi di Giffoni Impact in una affollatissima Sala Verde. E lui non si risparmia alle domande che arrivano dal pubblico. Il discorso è ricco di aneddoti che lasciano emergere il profilo di un uomo di successo, carisma e personalità da vendere.

Non amo parlare ma rispondere. Tutto quello che volete chiedermi, tranne il mercato, può diventare una domanda. Parliamo di cinema e di sport”.

Quali sono gli obiettivi del Napoli? Il presidente del Napoli risponde così: “Competitivi ai massimi livelli. Il problema del Napoli è che noi, come gli altri – accompagnati dalla Francia – siamo immersi in un sistema fallimentare. L’Inghilterra ogni anno perde 750 milioni di sterline. Dobbiamo prendere decisioni, altrimenti tra due, tre anni il calcio scompare. Al sottosegretario Fazzolari ho consegnato due, tre cartelle. Rispetto il Ministro dello sport che ha già allungato il contratto dei calciatori a 8 anni, una mia richiesta. Ha fatto tanto, ma non basta. Rischiamo di usurare la salute dei nostri calciatori, dobbiamo intervenire altrimenti il calcio fallisce. Negli Stati Uniti, il basket fortissimo stava perdendo soldi una decina di anni fa. Le squadre hanno deciso di sospendere il campionato per sei mesi, hanno deciso i cambiamenti. Abbiamo una serie B fallimentare, una serie A che non riesce a ridursi. Tutti i costi sono arrivati alle stelle, come per le squadre femminili. Chi sta dietro al calcio, istituzionalmente parlando, sembra quasi che faccia la guerra al calcio, pur di non farlo crescere. Veltroni ebbe un’intuizione felice, considerare le società di calcio come società di capitali che devono avere i conti in equilibrio. Ma questa cosa non è entrata nella testa di nessuno. E si continuano ad ammettere in serie A squadre che non hanno le condizioni per starci. I politici credono che noi siamo miliardari, quando il 90% dei club è pieno di debiti”.

Il cinema si intreccia al calcio: “Continuo a fare il cinema – dice – in Italia è una corsa ad ostacoli. Nel lontano ’69 decisi di non andare in America seguendo le orme di mio zio e mio padre. Nel ’74 ho fondato la Filmauro che è ancora viva e vegeta. Ho preso il Napoli da un fallimento: era un foglio di carta. Eppure l’abbiamo riportato in vita. Ho sempre creduto nel cinema e nel calcio”.

Ampi i riferimenti storici, dalla legge 1213 del 1965 al controverso rapporto tra cinematografia italiana e quella statunitense: “E’ una legge – spiega – che ha tagliato le gambe alla nostra cinematografia, prima di questo provvedimento eravamo la seconda al mondo. Con i nostri film di genere abbiamo invaso il mondo. Franceschini da ministro alla cultura ha provato ad abolire quella legge ma poi non sono stati approvati i decreti attuativi. Senza regole certe si uccide la creatività”.

E nel calcio? Ho avuto le stesse resistenze dice. “Abbiamo una legge, la Bossi – Fini, che limita il numero degli extracomunitari. Ed è un vincolo anacronistico che solo l’Italia ha. E che ci penalizza tantissimo”.

Poi il rapporto con Napoli: “Ho visto come è cambiato il modo di vivere il calcio a Napoli. Quando sono arrivato qui non c’era alcun attaccamento a questa maglia. Dopo aver comprato la società, in un campetto sulla via marittima, vidi tre ragazzini che giocavano a pallone. Fermai l’autista per scendere dalla macchina. Uno aveva la maglia del Milan, uno della Juve e uno dell’Inter. Mi rivolsi a loro dicendo: Ma siete napoletani? Non vi vergognate, perché non avete neanche una maglia del Napoli? Il Napoli era dimenticato. Oggi invece i bambini sono gloriosamente dei fedelissimi e attaccatissimi a questa maglia”.  La conferma arriva dalla sala: non si contano i bambini presenti che indossano fieramente la maglia del Napoli…

Napoli città del Sud: “Questa divisione – aggiunge – tra Nord e Sud mi ferisce da sempre e non perché mio padre fosse nato a Torre Annunziata e mio nonno a Torella dei Lombardi in Irpinia, ma perché il Sud rappresenta per una possibile ricchezza. Perché dove non c’è nulla, se tu semini raccogli molto di più. Mi sono sempre meravigliato di questa cecità. Ora mi sembra si voglia invertire questa tendenza”.

Ancora aneddoti, quella volta che portò Maradona sul grande schermo con un ingaggio da mezzo miliardo di lire fino alla scelta di chiamare Giorgio Armani per disegnare le nuove maglie del Napoli: “Volevo un marchio che fosse credibile, che fosse sinonimo di qualità nel mondo. Oggi quel segmento rappresenta un’azienda all’interno dell’azienda. Non ho mai abbandonato l’idea di dover detenere i diritti d’immagine e quella scelta oggi ha pagato moltissimo”.

E poi risposte a raffica. A quando il nuovo stadio del Napoli? “Tra tre anni”. Il cinema italiano in crisi? “Mi sembra una crisi consolidata”. L’intelligenza artificiale? “Mi affascina da morire”.

Questo è il mio percorso – aggiunge – Ho sempre combattuto l’illegalità, la pirateria. Se vogliamo davvero cambiare il sistema, dobbiamo avere il coraggio di fare delle scelte. E di prenderci la responsabilità di farle”.

Applausi a scena aperta. Foto di rito. E consegna del premio Ercole, l’eroe delle dodici fatiche e delle grandi imprese. E di queste Aurelio De Laurentiis è indiscutibilmente un esperto.

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