Stefano Veneruso

VENERUSO AI GIFFONER:”NON SMETTETE MAI DI CREDERE AI VOSTRI SOGNI”

Stefano Veneruso ha gli occhi che brillano di emozione quando prende la parola nella Sala Blu della Multimedia Valley. Al suo fianco Barbara Di Mattia, produttrice di “Domani mi alzo Tardi”.

“Questo film non è una biografia di Massimo Troisi, fratello di mia mamma e per me un fratello maggiore più che uno zio. È una storia immaginaria ma realissima. Un sogno in cui ho creduto fortemente. Un sogno nel quale mi sento ancora dentro. Un sogno come quello di trovarmi qui, in un posto meraviglioso come Giffoni, davanti a tantissimi ragazzi, a parlare di lui”. Stefano Veneruso ha gli occhi che brillano di emozione quando prende la parola nella Sala Blu della Multimedia Valley. Al suo fianco Barbara Di Mattia, produttrice di “Domani mi alzo Tardi”.  Di fronte a lui, che ne ha firmato la sceneggiatura, ducentocinquanta giffoner della sezione Impact che non aspettano altro di guardare la pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Anna Pavignano, per dieci anni fidanzata con l’attore partenopeo venuto a mancare a soli quarantuno anni per una malattia al cuore. “È stata una produzione lunghissima, piena di difficoltà come sempre accade. Una produzione nata però sotto la migliore stella” racconta Di Mattia.  “Subito dopo aver letto la sceneggiatura ho fatto un sogno premonitore. Ero con Massimo a San Giorgio a Cremano. Mi spiega che per il suo primo film, Ricomincio da tre, non fu affatto facile trovare i fondi ma che da lì, proprio da lì, è partita la sua carriera. A quel punto mi regala un paio di scarpe taglia 43, la sua taglia. Io porto a malapena un trentasette. Me le affida e va via. Fine del sogno”. Di Mattia continua: “Chiamo immediatamente Stefano per raccontargli il sogno e gli chiedo: cosa avrà voluto dirmi? Alla fine ho compreso.  Solo alla fine. Quelle due scarpe, che ho calzato nello spirito, mi hanno sostenuto lungo tutto il cammino che ha portato alla realizzazione del film. Non è stato facile ma ci siamo riusciti. Sono felicissima. Bisogna sempre seguire i propri sogni. Crederci fino alla fine”. Quello stesso coraggio che era scritto nel codice genetico di Troisi. Come la capacità di sognare: “Massimo aveva lo straordinario coraggio di essere se stesso. Di raccontare se stesso, nel bene nel male” sottolinea Veneruso. “Questo coraggio lo ha portato a realizzare film meravigliosi che sono patrimonio del cinema e di noi tutti”. Troisi aveva cinque fratelli. Suo padre Alfredo, ferroviere, era originario di Salerno. “Ho avuto la fortuna di vivere al suo fianco in famiglia e sul lavoro” ricorda ancora Veneruso.  “Ero anche l’addetto a sbobinare la sua segreteria telefonica. Per me, allora ragazzino, era divertentissimo perché trovavo la voce di Costanzo, Minà, Baudo, Verdone… tutti i più grandi”. A Troisi la malattia al cuore era stata diagnosticata a soli dodici anni. Ma non lo aveva mai fermato. Il Postino è stato il suo ultimo capolavoro. “Al termine delle riprese” spiega un visibilmente emozionato Veneruso “brindò insieme a tutti quelli che vi avevano lavorato, insieme a tutti noi, a me che lo avevo affiancato come assistente alla regia, usando queste parole profetiche: non scordatevi di me”. Impossibile, Massimo.

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